E’ ripreso con l’incontro
organizzato il 26 e 27 febbraio ad Almaty, Kazakistan, il dialogo sul problema
nucleare fra l’Iran e il gruppo del «5+1». Le trattative con i cinque Paesi
aventi potere di veto all’ONU più la Germania si erano interrotte nove mesi fa,
in occasione del meeting di Mosca il
18 giugno 2012. La due giorni in Asia centrale è servita per porre nuovamente
sotto i riflettori quell’annosa questione che, a causa del braccio di ferro in
atto fra i diversi attori che ne sono protagonisti, sta ormai da troppo tempo
lasciando strascichi sulla situazione economica dell’Iran – nel 2012 le vendite
di petrolio si sono più che dimezzate e la valuta interna ha perso metà del suo
valore[1].
Il vertice kazako è solamente un primo step
di un percorso che porterà le sette potenze ad incontrarsi ad Istanbul il 18
marzo e poi nuovamente ad Almaty il 5 aprile[2].
Friday, March 15, 2013
Wednesday, December 19, 2012
Iran e questione nucleare: l’unica via è il negoziato
Con la vittoria di Obama e la
campagna elettorale americana alle spalle, è ora possibile discutere su basi più
realiste la riapertura di un dialogo con l’Iran sulla questione nucleare. E’
più semplice fare delle previsioni che non risultino più influenzate dai meri
calcoli tattici in vista del consenso, ma siano il plausibile esito di una
strategia di lungo periodo. Durante la campagna elettorale, e per tutto il 2012, non si è fatto altro che parlare di un possibile attacco all’Iran, sostenuto in
particolar modo da Israele e dal suo premier Benjamin Netanyahu. Quasi che la
minaccia continua della guerra dovesse tradursi concretamente in una operazione
militare vera e propria. In realtà, benché la comunità internazionale abbia
addirittura assistito allo show del premier israeliano all’ultima Assemblea
generale delle Nazioni Unite, nessuna azione è stata mai intrapresa.
Wednesday, November 21, 2012
Israele, Iran e Stati Uniti fra gli obiettivi di Netanyahu nel conflitto di Gaza e l’opportunità di Obama.
La decisione di bombardare la
Striscia di Gaza, presa a metà della scorsa settimana dal governo israeliano, non
può essere letta semplicemente come una rappresaglia legittima, ancorché
sproporzionata, in risposta ai lanci di razzi Al-Qassam che in precedenza
avevano colpito il territorio israeliano. Dopo sette giorni dall’inizio della
controffensiva, il tributo di sangue è già altissimo. I morti fra i soli palestinesi
superano le 100 unità, a cui si aggiungono 700 feriti[1].
Nel lancio di missili ha perso la
vita Ahmed Al-Jabaari, il capo della branca militare di Hamas, l’organizzazione
islamonazionalista che controlla la Striscia dal giugno 2007 in seguito all’estromissione
di Fatah. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha richiamato 75.000
riservisti, allo scopo di approntare una operazione di terra entro 72 ore qualora
Hamas non ottemperi al soddisfacimento di sei richieste: una tregua di almeno
15 anni; l’immediata cessazione del traffico di armi ed il trasferimento di
queste a Gaza; stop al lancio di razzi da parte palestinese e stop agli
attacchi ai soldati presenti al confine con Gaza; diritto di Israele di dare la
caccia ai terroristi in caso di attacco o se ottiene informazioni di un attacco
imminente; il valico di Rafah rimarrà aperto ma gli attraversamenti del confine
fra Gaza e Israele rimarranno chiusi; esponenti politici dell’Egitto,
capeggiati da Mohammad Morsi, saranno i garanti di qualsiasi accordo per il
cessate il fuoco. Ciò vuol dire che l’accordo sarà sostenuto dall’establishment politico egiziano invece
che da quello di sicurezza[2].
Friday, August 31, 2012
La partita decisiva per il potere a Tehran
Quando manca ormai meno di un anno alle elezioni presidenziali, il sistema politico della Repubblica
Islamica vede sempre più marcata la polarizzazione fra le due principali forze
di regime, quella facente capo alla Guida della Rivoluzione Ali Khamenei e
quella stretta attorno al Presidente Mahmoud Ahmadinejad. La tornata elettorale
per rinnovare i 290 deputati del Majlis
(Parlamento) della scorsa primavera ha confermato la vis preponderante della fazione principalista di Khamenei, che
ormai controlla tutte le istituzioni fondamentali del paese. Un dominio che non
sta più solo sulla carta (la Costituzione emendata nel 1989 assegna già alla
Guida le prerogative più estese), ma che è potere di fatto.
Saturday, April 21, 2012
Ankara, Tehran e gli equilibri in Medio oriente
Per la prima volta dopo ben quindici
mesi dall’ultimo incontro ufficiale risalente al gennaio 2011, le principali
potenze mondiali si sono riunite sotto la forma del 5+1 per trattare
direttamente con l’Iran sulla questione nucleare. L’andamento del meeting, tenutosi a Istanbul il 14
aprile, padrona di casa la Turchia, lascia cautamente sperare in una
possibile ancorché lontana soluzione dell’affaire.
L’Iran sta attraversando la fase
probabilmente più complicata
della situazione di
isolamento internazionale in cui si trova da anni. Nello scorso ottobre, dopo
la pubblicazione del dossier sul nucleare da parte dell’AIEA, una serie di
eventi infausti hanno esercitato ulteriori pressioni su Tehran. Fra le altre cose,
il vertice del potere é stato accusato di aver ordito un complotto per
assassinare l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti. La diffusione di questa
notizia, tutta da provare e probabilmente infondata, ha incrementato la
tensione, aumentando la paura nei confronti del regime, sospettato negli ultimi
anni, specialmente quelli della Presidenza Ahmadinejad, di avere avviato un
programma nucleare a scopi militari.
Thursday, March 15, 2012
La politica iraniana tra elezioni parlamentari e prospettive future
Il risultato delle elezioni
parlamentari iraniane del 2 marzo non ha tradito le attese. Il blocco che fa
capo alla Guida della Rivoluzione Ali Khamenei ha ottenuto una facile vittoria
sbaragliando la concorrenza, come al solito resa monca ex-ante dal setaccio usato dal Consiglio dei Guardiani.
Quest’organo, i cui membri sono designati per metà dalla medesima Guida e per
l’altra metà dal vertice del potere giudiziario, ha infatti il potere di
sindacare l’ammissibilità dei candidati che si presentano alle elezioni: se
questi non sono graditi al regime, vengono esclusi dalla competizione
elettorale.
In verità, lo scontro si presentava
già limitato, semplificando, a due soli gruppi: il blocco dei conservatori
tradizionalisti legati a Khamenei e la fazione del Presidente Ahmadinejad. Una
partita che, quindi, ha rispecchiato gli equilibri interni al panorama politico
della Repubblica islamica così come si sono andati strutturando negli ultimi tre
anni. Dalla competizione, si trovavano sostanzialmente fuori i riformisti, già
pesantemente emarginati dalla vita politica del paese in seguito alle
contestatissime elezioni presidenziali dell’estate 2009.
Friday, February 24, 2012
L'Iran prende tempo
Termina con un dichiarato
insuccesso la missione dell’AIEA (l’ente delle Nazioni unite per l’energia
atomica), impegnata a Tehran per due giorni (20-21 febbraio) con lo scopo di
discutere e trovare una soluzione alla crisi innescata dal programma nucleare
iraniano[1].
L’iniziativa avviene per la seconda volta nel corso delle ultime settimane[2].
La precedente visita, anch’essa capeggiata dal vicedirettore generale dell’AIEA
Herman Nackaerts, si era svolta in un clima positivo generato dalla
disponibilità iraniana ad aprirsi cautamente all’Occidente, pur lasciando
irrisolte diverse questioni che nemmeno stavolta hanno ottenuto risposta.
Il principale motivo di «delusione»[3]
riguarda il diniego opposto dalle autorità iraniane alla richiesta di visitare
il sito nucleare di Parchin, nei pressi di Tehran, sospettato di ospitare strutture
in cui sarebbero stati effettuati test militari. E’ probabile che in seguito a
questo nulla di fatto, l’AIEA tenterà di organizzare un’ulteriore visita, ma
per il momento la situazione rimane statica.
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