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Friday, December 18, 2020

Intervista: Ankara non ha mai smesso di stare dentro al campo occidentale di alleanze. Resta però uno Stato in bilico.

Alcune mie riflessioni su Erdoğan e politica estera turca raccolte in questa intervista a cura di Marco Fontana ed Eliana Puccio pubblicata il 17/12/2019 per la Rivista On-Line di Geopolitica internazionale e di politica nazionale Strumenti Politici:

Clicca qui per leggerne il testo integrale.

Saturday, April 18, 2020

Eventi vari: conferenze dicembre 2019 - febbraio 2020

La frenesia dovuta alle corse negli ultimi tempi combinata con l'essere stati catapultati da un momento all'altro in una situazione surreale mi hanno impedito di pubblicare tempestivamente i dovuti aggiornamenti relativi alla mia attività di relatore in convegni pubblici - eventi organizzati allo scopo di presentare la mia monografia o, più in generale, per discutere di Medio Oriente. 

La situazione emergenziale da Covid-19 mi ha anche impedito di realizzare almeno altre cinque attività di conferenziere nella stagione primaverile di questo 2020, senza dimenticare i grandi convegni accademici, appuntamento fisso di ogni fine estate, primo fra tutti il Convegno SISP di Roma. 

Brevemente illustro gli impegni saltati, con l'auspicio di potervi presto rimediare.

Friday, March 15, 2013

Iran e questione nucleare. Siamo alle solite o stavolta è davvero lecito sperare?




E’ ripreso con l’incontro organizzato il 26 e 27 febbraio ad Almaty, Kazakistan, il dialogo sul problema nucleare fra l’Iran e il gruppo del «5+1». Le trattative con i cinque Paesi aventi potere di veto all’ONU più la Germania si erano interrotte nove mesi fa, in occasione del meeting di Mosca il 18 giugno 2012. La due giorni in Asia centrale è servita per porre nuovamente sotto i riflettori quell’annosa questione che, a causa del braccio di ferro in atto fra i diversi attori che ne sono protagonisti, sta ormai da troppo tempo lasciando strascichi sulla situazione economica dell’Iran – nel 2012 le vendite di petrolio si sono più che dimezzate e la valuta interna ha perso metà del suo valore[1]. Il vertice kazako è solamente un primo step di un percorso che porterà le sette potenze ad incontrarsi ad Istanbul il 18 marzo e poi nuovamente ad Almaty il 5 aprile[2].

Wednesday, February 15, 2012

Il declino dell'America


(pubblicato su http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/ il giorno 24 marzo 2011)

Se c’è un dato delle vicende internazionali che deve allarmarci è l’inesorabile declino dell’America. Sono ormai anni, se non decenni, che i politologi si sbizzarriscono a formulare scenari che vedono il progressivo indebolimento dell’America, la cui perdita di potere relativo consente l’inevitabile ascesa di altri Stati nella scena internazionale.

Le modalità che hanno condotto all’intervento occidentale in Libia testimoniano ineluttabilmente questa tendenza, anzi per certi versi l’accelerano. Sia chiaro, l’America è ancora la più grande potenza al mondo almeno in termini economici e militari. Ma il ruolo giocato dagli Stati Uniti in queste settimane è a dir poco imbarazzante. Dal Segretario di Stato della più grande potenza al mondo non ti aspetti che giustifichi la scelta di non intervenire, accontentandosi della proclamazione di una no fly zone, adducendo il peso negativo dell’eredità acquisita in seguito alle campagne (piuttosto disastrose) di Iraq e Afghanistan. In realtà, dalla più grande potenza mondiale non ti aspetti proprio che si defili.

Gli Stati Uniti, dopo un decennio di politica estera dissennata sotto la guida dell’improvvido George W. Bush, sembrano aver invertito la rotta commettendo l’errore opposto, cioè peccando di inazione. L’Amministrazione Obama ha dato prova finora di non essere totalmente all’altezza delle sfide che provengono dal sistema internazionale. In realtà l’indecisione mostrata da Obama è un puro atto di volontà politica, indice di una strategia di disimpegno dalle vicende internazionali. La scelta di non annullare le visite in Brasile, Cile ed El Salvador, teatri assolutamente remoti rispetto a quello caldo mediterraneo, spiega tutto.

Il protagonista assoluto della vicenda in questione è il Presidente francese Sarkozy, in cerca di un consenso interno che è riuscito peraltro ad ottenere. Ma gli è stato volutamente lasciato un enorme margine di manovra. Gli è stata concessa su un piatto d’argento la possibilità di colmare l’inspiegabile vuoto politico lasciato dall’America. Non bisogna affatto cadere nella trappola di  confondere la prudenza (principio guida del realismo politico) con un vero e proprio atto di abbandono (il principio guida della politica estera USA fino alla Seconda Guerra Mondiale: l’isolazionismo di jeffersoniana memoria). Non sto dicendo che l’America avrebbe dovuto impegnarsi in una nuova guerra. Sto semplicemente affermando che avrebbe dovuto recitare un ruolo politico all’altezza della sua potenza. Anche impedendo a Sarkozy una così avventata iniziativa.

La scelta del disimpegno non può che favorire Paesi come la Russia o la Cina che hanno una proiezione globale degli interessi e sono intenzionati a delegittimare il ruolo politico dell’America. La Russia ha visto addirittura uno scontro interno al Cremlino fra il PresidenteMedvedev e il Premier Putin con quest’ultimo che non ha perso tempo per condannare il carattere medievale della Risoluzione 1973.

E noi europei? L’intervento in Libia mostra la netta spaccatura fra i Paesi del vecchio Continente e celebra il funerale di un progetto politico che in realtà non è mai nato. Al declino americano non fa da contraltare un’unione politica europea, tutt’altro: quell’asse franco-tedesco – lo storico motore dell’unità europea – la cui solidità aveva retto persino sul tema della guerra in Iraq, si è clamorosamente spezzato oggi su tale vicenda.

Paradossalmente, il sistema internazionale degli Stati era più sicuro durante lo scorso decennio. Politicamente, il mondo attuale è ormai multipolare. E, di conseguenza, assai più pericoloso.

Il pantano afghano

(riflessione pubblicata il giorno 30 settembre 2010 su http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/ - posted on http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/, September 30th, 2010)


A che punto è la guerra in Afghanistan? Quali sono gli obiettivi attuali? E’ oggettivamente complicato rispondere a questi interrogativi. Tuttavia, dal paese in cui fu lanciato l’intervento armato dell’autunno 2001 provengono notizie che parlano di trattative in corso fra l’Amministrazione Obama e niente meno che il Mullah Omar. Gli americani sembrano aver abbracciato una linea di cauto realismo che segna una rottura abbastanza netta con la precedente Amministrazione Bush. Il livello dei costi di questa guerra rimane sempre altissimo; la prospettiva del ritiro, il cui inizio è annunciato per il 2011 (ma che finirà non prima del 2014), non è affatto confortante; i risultati sul mero piano strategico-militare sono, dopo nove anni, insoddisfacenti.
Effettivamente l’idea di pompare denaro per aumentare la presenza militare ha finora tradito le attese: come già accadde negli anni Ottanta, all’epoca della lunga guerra afghana fra le forze del comunismo sovietico e quelle del fondamentalismo islamico, l’incremento della potenza militare dell’occupante non ha fatto altro che produrre una sempre maggiore coesione fra la popolazione autoctona, accrescendo la determinazione dei guerriglieri a ricacciare il nemico all’esterno dei propri confini. Come dimostravano già le campagne in Vietnam ed in Iraq, gli strateghi americani sembrano non aver imparato alcunché dall’esperienza delle guerre contro gli indiani dei secoli XVII e XVIII. Non hanno compreso la difficoltà intrinseca della guerra asimmetrica, un tipo di conflitto irto di ostacoli quali ad esempio la particolare e spesso ostile morfologia del territorio, le avverse condizioni atmosferiche, il morale del popolo invaso.
Per questa ragione, la nuova Amministrazione Obama ha adottato, da un po’ di tempo, una concezione della politica che potremmo definire meno manichea. Ovvero, in primis, intavolare una seria trattativa con quella parte dei talebani insediati nel sud dell’Afghanistan, che sembrano avere tutta l’intenzione di venire a patti con gli Stati Uniti e, in secundis, dichiarare la propria contrarietà rispetto a qualsiasi trattativa con al-Qaeda. Inoltre, come suggerisce la formula giornalisticamente di successo AfPak, la strategia di Obama mira a concentrare l’attenzione anche sul Paese guidato dal Presidente Zardari. Non fosse altro perché gli americani si sono finalmente resi conto dell’estrema influenza a doppio filo che lega il regime pakistano ai gruppi legati proprio ad al-Qaeda. Le ragioni di questa relazione sono prettamente geopolitiche: il Pakistan è notoriamente dotato dell’arma nucleare e ha tutto l’interesse per ammansire e “tenersi buoni” i gruppi terroristi onde evitare ribaltamenti interni.
Tuttavia, appare problematico quello che risulta essere un vero e proprio sostegno del regime pakistano al terrorismo jihadista; la qual cosa rischia di costituire il bastone fra le ruote che la coalizione occidentale certamente non si aspetta. Inoltre, l’intensificazione dei bombardamenti nelle zone pachistane del Waziristan in cui sono concentrate fazioni jihadiste contrarie ad ogni ipotesi di pacificazione, ha indispettito non poco Islamabad. E’ così che, trattando con una fazione molto influente nella regione di Kandahar – quella che fa capo, appunto, al Mullah Omar – gli Stati Uniti si barcamenano, per quel che possono , dialogando con un gruppo ma continuando a bombardare in maniera mirata gli altri. In questa situazione, inoltre, si inserisce l’operazione attuata dalla Cia che, prevedendo l’utilizzo di droni, velivoli pilotati dall’esterno, ha consentito qualche giorno fa di sventare gli attacchi jihadisti preparati in territorio pakistano e diretti contro Paesi europei.
E’ all’incrocio tra queste fitte trame e questi delicatissimi equilibri che si inserisce la strategia di Obama. Il Presidente americano sa che le trattative condotte unicamente con una fazione difficilmente condurranno ad una normalizzazione totale dei rapporti all’interno della regione AfPak. Ma, accanto all’addestramento militare a cui è sottoposto il personale locale, questa soluzione pare essere, al momento, l’unica idonea all’obiettivo di una ritirata strategica, la cui attuazione conoscerà ragionevolmente tempi non brevi e che non deve passare pubblicamente per sconfitta ma per “afghanizzazione” del contesto.

Il diritto dell'Iran al nucleare

(riflessione pubblicata il giorno 9 ottobre 2009 su http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/ - posted on http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/, October 9th, 2009)


Chi ha stabilito che l’Iran non possiede il “diritto al nucleare”? Il problema è assai complicato dalla natura dei rapporti internazionali con quel Paese seguiti alla Rivoluzione del 1979. Tale questione va affrontata esaminando due aspetti: quello della necessità di produrre energia a fini civili e quello della pretesa a produrre uranio arricchito. Al problema si accompagna la retorica, spesso abusata dai vertici politici del regime, che fa presupporre scenari internazionali inquietanti.



Innanzitutto, è necessaria una premessa di ordine storico e sistemico. La politica internazionale si basa da almeno quattro secoli (le Paci di Westfalia del 1648 sono l’evento convenzionale) sostanzialmente su due principi: la formale eguaglianza degli Stati e l’affidamento delle decisioni ultime alla politica di potenza. Entrambi sono il riflesso della mancanza di un ente riconosciuto come superiore, il cosiddetto carattere anarchico del sistema. Anche il moderno diritto internazionale ha assimilato i due criteri nel sistema delle Nazioni Unite. Con la differenza che mentre il primo - fondandosi sul meccanismo per il quale ad ogni Stato corrisponde un voto all’interno dell’Assemblea Generale - è posto a tutela degli Paesi più insignificanti, il secondo - trovando riflesso speculare nella composizione e nel funzionamento del Consiglio di Sicurezza - consegna la potestà sulle decisioni più importanti alle grandi potenze. Per l’idea dell’eguale sovranità, non rilevano la dimensione geografica, l’entità demografica, la potenza politica, economica, militare del Paese. Per la politica di potenza invece sì. 

Ora, come dicevo all’inizio, la strada dell’Iran verso l’energia nucleare va analizzata sotto un duplice profilo. L’Iran è un Paese che registra fortissimi tassi di crescita demografica (in trent’anni la popolazione è raddoppiata) ed è un Paese “giovane”: metà della popolazione (circa 70 milioni di persone) è sotto i 25 anni. Tuttavia, l’economia fatica ad assorbire del tutto la forte domanda di lavoro (disoccupazione al 14%) e la stessa economia presenta gravi deficienze collegate alla sua natura di rentier State, cioè di Stato che vive di una rendita che gli deriva dall’ingente possesso di risorse naturali (è il secondo produttore Opec di petrolio e il secondo possessore di gas naturale al mondo).
 Il punto centrale del problema è che le riserve naturali sono esauribili. Prima o poi esse finiranno e si porrà il problema di trovare fonti di energia alternative. A ciò si aggiunge il fatto che l’Iran non possiede la tecnologia adeguata per trasformare il petrolio grezzo in prodotto finito. Vi riesce solo in parte ed è costretta ad esportarlo all’estero per farlo raffinare, per poi farlo rientrare e reimmetterlo nel mercato interno. Questa operazione provoca un’emorragia di denaro pubblico che presuppone alti costi del prodotto finito. Tuttavia, il costo di un prodotto come la benzina è pari a circa 9-11 centesimi di dollaro per litro. E’ l’imposizione di un “prezzo politico” che serve al mantenimento della legittimazione del regime. Si calcola, però, che nel breve volgere di pochi anni il Paese non sarà più in grado di esportare una sola goccia di petrolio. Da qui l’enfasi sulla necessità di ricorrere all’energia nucleare.

L’ambiguità che ruota attorno alla questione sta nei rapporti che il regime intrattiene con la comunità internazionale. L’esistenza di un programma nucleare destinato a scopi militari è databile agli Anni 50, cioè all’inizio della Guerra Fredda, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi. All’epoca, e fino alla Rivoluzione del 1979, l’Iran rappresentava il principale alleato militare degli Usa in Medio Oriente fra i Paesi musulmani. Ma, da quando il regime degli ayatollah si è insediato a Teheran sotto lo slogan “Né Ovest, né Est, solo Islam” lo scenario è cambiato. Il Paese è uscito martoriato dalla guerra con l’Iraq e la morte di Khomeini ha posto il problema della sopravvivenza di un regime fino ad allora fondato sulla riunione in una sola figura dell’autorità politica e religiosa. Negli anni successivi la politica estera del Paese è stata improntata ad un ragionevole pragmatismo e la fase di ideologizzazione seguita alla Rivoluzione è in parte scemata. Era evidente la necessità di instaurare legami di cooperazione economica con i Paesi europei che, come il nostro, avevano e hanno bisogno del petrolio. 
L’ascesa al potere di Ahmadinejad (che in realtà, vista la configurazione istituzionale interna al regime, sembra più essere solo una pedina nelle mani di Khamenei) ha spinto verso una nuova fase di ideologizzazione. La retorica utilizzata dal Presidente ex-Pasdaran sulla distruzione dello Stato di Israele, il sostegno ai movimenti sciiti nella regione fra cui Hezbollah in Libano, lo spalleggiamento di Hamas: sono tutti fattori che provocano i timori dei Paesi occidentali. Inoltre, Ahmadinejad invoca spesso il ricordo del lasciapassare concesso dagli Usa negli Anni 50. 

Si può comprendere, quindi, come la questione dell’energia nucleare sia fortemente invisa all’Occidente e si possono ragionevolmente capire le motivazioni che stanno dietro ai tentativi di bloccare il programma. Ma se da un lato l’Iran ha oggettivamente la necessità economica di accedevi a fini civili, dall’altro è la natura dell’ordine internazionale a conferire all’Iran il diritto di dotarsi di un programma per fini militari. Lo dice la politica di potenza, lo afferma l’assenza di un governo mondiale, lo conferma il possesso della bomba atomica da parte sia di altri Paesi extra-regionali (Stati Uniti in testa), sia regionali (Israele e Pakistan). Il punto di vista iraniano è ovvio: la comunità internazionale deve accettare la rivendicazione di un “diritto al nucleare”. D'altra parte è palese la sfida cui si trova davanti l’Occidente stesso: fermare le ambizioni di un Paese che mira da anni all’egemonia regionale in Medio Oriente. Dalla soluzione di questo dilemma dipenderanno non solo le relazioni fra l'Iran e l'Occidente ma la stabilità dell'intera regione mediorientale negli anni a venire.

Iran, nucleare: siamo sull'orlo del precipizio

(riflessione pubblicata su http://www.come2discuss.net/ il 30 aprile 2006 - posted on April 30th, 2006, http://www.come2discuss.net/)

Sembra davvero uno scenario già visto quello che ormai da diversi mesi si impone al centro delle notizie che contano nelle relazioni internazionali: un paese nemico della democrazia che, con ambizioni di egemonia mondiale, sfida l’intera comunità internazionale degli Stati. Simili agli atteggiamenti con cui si poneva la Germania nazista di Hitler, simili alle beffe che Saddam Hussein si è fatto per anni delle Nazioni Unite, le mosse dell’Iran di Ahmadinejad sono all’origine dell’ennesima tegola che si sta abbattendo sull’area mediorientale, come se in quelle zone di problemi non ce ne fossero già abbastanza. Quello che fa paura è che, come i “predecessori” di Ahmadinejad sono riusciti, almeno in parte, a perseguire senza ostacoli i loro rispettivi progetti politico-egemonici, lo stesso Presidente dell'Iran sembra essere sulla buona strada per riuscire nel suo; un'aspirazione che si manifesta per la sua natura panislamista. Hitler, senza che alcuno muovesse un dito, ha allargato progressivamente i confini del suo impero, inglobando popoli e sterminando razze ed etnie. La politica dell’appeasement di Chamberlain e di chi, come lui, sosteneva la necessità del dialogo con un pazzo, è stata una delle concause che hanno originato la seconda guerra mondiale.
Saddham Hussein, dal canto suo, non fu da meno: l’aiuto economico delle petromonarchie arabe e degli Stati Uniti gli hanno conferito i mezzi necessari per portare a termine vittoriosamente la prima guerra del Golfo, (che vedeva contrapposto il “suo” Iraq all’Iran teocratico di Khomeini) per poi, seguendo la china scivolosa di chi quando vince per la prima volta al casinò non si accontenta più, invadere il Kuwait nel 1990, cadendo però miseramente grazie all’intervento di una coalizione capeggiata dagli stessi U.S.A.. Il problema poi è che nessuno ha rimosso Saddam (evidentemente agli Stati Uniti andava bene così) e questi ha potuto continuare indisturbato nella sua politica di eccidio, sterminando durante la sua lunga dittatura 2 milioni di persone tra cui minoranze curde e sciite. Per scalzarlo si è dovuti ricorrere, solo nel 2003, alla scusa delle armi di distruzione di massa che non sono state trovate. Lui, Saddham Hussein, è stato alla fine individuato ed arrestato ma la situazione attuale in Iraq può dirsi tutt’altro che pacificata.
Il pericolo costituito dall’Iran è rafforzato da un programma che prevede l’arricchimento dell’uranio e l’attivazione del ciclo nucleare “a scopi civili”, secondo quanto afferma da mesi il Presidente Ahmadinejad. Pregiudizievole ma, a detta di tutti gli esperti di geopolitica, fondato è il timore che Ahmadinejad voglia installare sul territorio iraniano centrali nucleari a scopo militare, non fosse altro perché tale possibilità conforterebbe molto l’opportunità di realizzare l’elemento precipuo della sua agenda: l’eliminazione fisica, la cancellazione dalla cartina geografica dello Stato di Israele.
Se a tutto ciò si aggiunge il programma già avviato che mira a preparare migliaia di kamikaze pronti a farsi saltare in aria in missioni suicide, le carte di Ahmadinejad sono scoperte. Le sue brame reali sono sotto gli occhi di tutti. Proprio ieri il rapporto stilato dal direttore generale dell’AIEA, El Baradei, fa registrare il risultato negativo delle pressioni che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha esercitato sull’Iran per convincere il suo Presidente ad abbandonare i suoi piani. La situazione, insomma, si sta ripetendo: Ahmadinejad, come Saddam, si fa beffe dell’ONU; Ahmadinejad, come Hitler all’epoca, si burla della comunità internazionale degli Stati, i quali auspicano una soluzione distensiva e pacifica degli eventi.
Notizia dell’ultim’ora è la rivelazione portata alla luce da un satellite israeliano lanciato dalla Russia che fotograferebbe la presenza di centrali nucleari sul territorio iraniano.
L’ONU sembra andare a sbattere per l’ennesima volta contro il muro poiché all’interno del Consiglio di Sicurezza ci sarebbe, sulla questione, una contrapposizione fra chi auspica una risoluzione (Russia e Stati Uniti in particolare) che congeli il progetto iraniano e chi ha già annunciato di porre il veto (Cina) sostenendo la necessità di proseguire con l’attività diplomatica. Se emergesse una tale realtà proprio in questa sede, il CdS cadrebbe vittima del sistema che da sempre imbriglia la sua attività (ragion per cui spesso ha incontrato difficoltà per muovere anche un solo dito). Se le cose dovessero prendere questa piega, ho paura che si andrà incontro all’ennesima catastrofe, con gli Stati Uniti decisi ad impedire ad ogni costo che l’Iran persegua il suo progetto e con l’Iran che per il momento agisce solo con i paraocchi. La guerra è sempre l’extrema ratio, ma ad ogni modo la possibilità di ricorrervi va tenuta lontana finché è possibile. La situazione è quanto mai realmente appesa ad un filo.

Journal article: Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy

My latest journal article "Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy" has been published in the ...