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Wednesday, December 19, 2012

Iran e questione nucleare: l’unica via è il negoziato


Con la vittoria di Obama e la campagna elettorale americana alle spalle, è ora possibile discutere su basi più realiste la riapertura di un dialogo con l’Iran sulla questione nucleare. E’ più semplice fare delle previsioni che non risultino più influenzate dai meri calcoli tattici in vista del consenso, ma siano il plausibile esito di una strategia di lungo periodo. Durante la campagna elettorale, e per tutto il 2012, non si è fatto altro che parlare di un possibile attacco all’Iran, sostenuto in particolar modo da Israele e dal suo premier Benjamin Netanyahu. Quasi che la minaccia continua della guerra dovesse tradursi concretamente in una operazione militare vera e propria. In realtà, benché la comunità internazionale abbia addirittura assistito allo show del premier israeliano all’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite, nessuna azione è stata mai intrapresa.  

Wednesday, November 21, 2012

Israele, Iran e Stati Uniti fra gli obiettivi di Netanyahu nel conflitto di Gaza e l’opportunità di Obama.


La decisione di bombardare la Striscia di Gaza, presa a metà della scorsa settimana dal governo israeliano, non può essere letta semplicemente come una rappresaglia legittima, ancorché sproporzionata, in risposta ai lanci di razzi Al-Qassam che in precedenza avevano colpito il territorio israeliano. Dopo sette giorni dall’inizio della controffensiva, il tributo di sangue è già altissimo. I morti fra i soli palestinesi superano le 100 unità, a cui si aggiungono 700 feriti[1].
Nel lancio di missili ha perso la vita Ahmed Al-Jabaari, il capo della branca militare di Hamas, l’organizzazione islamonazionalista che controlla la Striscia dal giugno 2007 in seguito all’estromissione di Fatah. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha richiamato 75.000 riservisti, allo scopo di approntare una operazione di terra entro 72 ore qualora Hamas non ottemperi al soddisfacimento di sei richieste: una tregua di almeno 15 anni; l’immediata cessazione del traffico di armi ed il trasferimento di queste a Gaza; stop al lancio di razzi da parte palestinese e stop agli attacchi ai soldati presenti al confine con Gaza; diritto di Israele di dare la caccia ai terroristi in caso di attacco o se ottiene informazioni di un attacco imminente; il valico di Rafah rimarrà aperto ma gli attraversamenti del confine fra Gaza e Israele rimarranno chiusi; esponenti politici dell’Egitto, capeggiati da Mohammad Morsi, saranno i garanti di qualsiasi accordo per il cessate il fuoco. Ciò vuol dire che l’accordo sarà sostenuto dall’establishment politico egiziano invece che da quello di sicurezza[2].

Saturday, April 21, 2012

Ankara, Tehran e gli equilibri in Medio oriente


Per la prima volta dopo ben quindici mesi dall’ultimo incontro ufficiale risalente al gennaio 2011, le principali potenze mondiali si sono riunite sotto la forma del 5+1 per trattare direttamente con l’Iran sulla questione nucleare. L’andamento del meeting, tenutosi a Istanbul il 14 aprile, padrona di casa la Turchia, lascia cautamente sperare in una possibile ancorché lontana soluzione dell’affaire.
L’Iran sta attraversando la fase probabilmente più complicata della situazione di isolamento internazionale in cui si trova da anni. Nello scorso ottobre, dopo la pubblicazione del dossier sul nucleare da parte dell’AIEA, una serie di eventi infausti hanno esercitato ulteriori pressioni su Tehran. Fra le altre cose, il vertice del potere é stato accusato di aver ordito un complotto per assassinare l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti. La diffusione di questa notizia, tutta da provare e probabilmente infondata, ha incrementato la tensione, aumentando la paura nei confronti del regime, sospettato negli ultimi anni, specialmente quelli della Presidenza Ahmadinejad, di avere avviato un programma nucleare a scopi militari.

Friday, February 24, 2012

L'Iran prende tempo


Termina con un dichiarato insuccesso la missione dell’AIEA (l’ente delle Nazioni unite per l’energia atomica), impegnata a Tehran per due giorni (20-21 febbraio) con lo scopo di discutere e trovare una soluzione alla crisi innescata dal programma nucleare iraniano[1]. L’iniziativa avviene per la seconda volta nel corso delle ultime settimane[2]. La precedente visita, anch’essa capeggiata dal vicedirettore generale dell’AIEA Herman Nackaerts, si era svolta in un clima positivo generato dalla disponibilità iraniana ad aprirsi cautamente all’Occidente, pur lasciando irrisolte diverse questioni che nemmeno stavolta hanno ottenuto risposta.
Il principale motivo di «delusione»[3] riguarda il diniego opposto dalle autorità iraniane alla richiesta di visitare il sito nucleare di Parchin, nei pressi di Tehran, sospettato di ospitare strutture in cui sarebbero stati effettuati test militari. E’ probabile che in seguito a questo nulla di fatto, l’AIEA tenterà di organizzare un’ulteriore visita, ma per il momento la situazione rimane statica.

Thursday, February 16, 2012

L'Iran nel mirino


(posted on November 9th, 2011 at http://www.come2discuss.net/)

Quanto seriamente occorre prendere in considerazione le recenti minacce da parte israeliana di attaccare militarmente l’Iran, colpendo i suoi siti nucleari? Siamo davvero sull’orlo della terza guerra mondiale, come alcune voci cominciano ad insinuare? Per la verità, la retorica dei governanti dei due paesi, che ha sempre assunto toni elevati – dalla Rivoluzione del 1979, si intende – ha più di una volta lasciato presagire uno scontro militare che tuttavia non è mai esploso. Un conflitto armato fra Israele ed Iran è sempre stato nell’aria negli ultimi anni, soprattutto in seguito al giorno 11 settembre 2001, quando alcune teorie in voga negli ambienti del Washington consensus hanno fatto di tutto l’Islam un fascio, confondendo malamente lo sciismo col sunnismo, ma soprattutto il jihad globale con un islamismo di Stato il cui risentimento verso l’Occidente altro non era che la manifestazione più infuocata di una vieppiù pragmatica volontà di emanciparsi da un isolamento economico e politico soffocante.

Sappiamo com’è andata ed il penultimo libro di Trita Parsi, Treacherous alliance[1], ce lo spiega assai bene. Tehran aveva tentato a più riprese di instaurare un dialogo con Washington sforzandosi di volgere a proprio favore l’atout rappresentato dalla ricostruzione in Afghanistan, in seguito all’invasione militare atlantica dell’autunno 2001. All’epoca, a guidare l’esecutivo c’era ancora, al suo secondo mandato, il riformista Khatami, ovvero l’uomo che più di tutti aveva lanciato segnali di distensione all’America, orientando il discorso politico internazionale al «dialogo fra civiltà». Niente da fare. Gli Stati Uniti erano sembrati troppo scossi dalla più grande tragedia che la televisione avesse mai documentato in diretta e l’Amministrazione Bush, come testimoniato dai politologi americani John Mearsheimer e Stephen Walt[2], risultava eccessivamente influenzata da un gruppo di neoconservatori oltremodo vicini agli imperativi della sicurezza nazionale di Israele. Addirittura, puntare contro l’Iran, invece che contro l’Iraq di Saddam, era inizialmente nelle intenzioni di Gerusalemme.

Wednesday, February 15, 2012

Il peso del sistema internazionale sulla questione egiziana


(riflessione pubblicata su http://www.dotduepuntozero.org/ il giorno 3 febbraio 2011 - posted on http://www.dotduepuntozero.org/, February 3rd, 2011)

L’evento di maggiore rilevanza internazionale degli ultimi giorni è la rivolta del popolo egiziano contro il regime della trentennale gestione di Mubarak. Consultando la stampa ed ascoltando i telegiornali ho potuto osservare una straordinaria regolarità nelle analisi prodotte riguardo alla vicenda in questione: diversi osservatori ed analisti hanno tentato di instaurare un paragone con la famosa Rivoluzione iraniana del 1979.

L’idea di base su cui si fonda la comparazione ruota attorno alla focalizzazione sulle dinamiche interne al Paese nordafricano. Come in Iran, la rivolta proviene dal basso; come in Iran, essa è tesa alla destituzione di un capo alla testa di un regime visto come oppressivo ed autoritario; come in Iran, il soggetto che potrebbe trarre beneficio dalla ribellione è il movimento islamista. Sebbene il quadro delineato dai media occidentali appaia persuasivo, esso sembra rispondere alle comprensibili ansie e timori degli stessi governi e delle stesse opinioni pubbliche occidentali. Ma ci sono anche analisti che prendono le distanze da tale prospettiva. L’autorevole islamologo Olivier Roy, ad esempio, ritiene la rivolta egiziana più assimilabile alla «Tehran della rivoluzione verde di due anni fa» e considera remota la possibilità di un colpo di Stato islamico.

In realtà, diversamente da come la pensa Roy al riguardo, gruppi islamisti possono tentare con successo di andare al potere anche senza necessariamente passare attraverso un colpo di Stato, ma in seguito ad elezioni (come dimostrano i casi di Hamas, Hezbollah, AKP turco, oltre che il caso della vittoria del FIS algerino nel 1991, poi annullata). Non è così remota l’eventualità che i Fratelli Musulmani, considerando la loro densa presenza nella società egiziana, prendano il potere. Approfittando dell’attuale fase di confusione, potrebbero prima stringere un’alleanza tattica con le altre forze ostili al regime per poi eliminarle una ad una dalla gestione del potere, proprio come fece il clero islamista in Iran trent’anni fa. Si tratta di una possibilità, ma i possibili scenari che sono molteplici e la prudenza con cui vanno trattati è d’obbligo.

Ad ogni modo, nelle analisi comparate fatte in questi giorni un aspetto, a parer mio essenziale, le indebolisce enormemente: la mancata considerazione dell’influenza del sistema internazionale sulle vicende interne. Il discorso impostato dai media tiene sì conto di attori esterni come Stati Uniti, Unione Europea, Israele, ma esso è eccessivamente sbilanciato sulle vicende interne e non c’è traccia di una spiegazione sistemica. In sostanza, che il destino del popolo egiziano sia finire o meno sotto un regime islamista a guida Fratelli Musulmani sembra dipendere totalmente da ciò che accadrà all’interno del Paese, con scarsa considerazione per lo sfondo sul quale operano gli attori esterni. 

E’ vero, è complicato comparare casi diversi inseriti in contesti storico-internazionali differenti: come si fa a paragonare l’Iran del 1979 con l’Egitto del 2011? Capisco la difficoltà. Tuttavia alcuni elementi vanno analizzati.

La vittoria degli islamisti iraniani nel 1979 poté compiersi, aprendo in seguito le porte all’instaurazione di un regime totalmente in mano al clero, anche come conseguenza del tipo di sistema internazionale dell’epoca e degli interessi allora percepiti come prioritari. Il riferimento è alla Guerra fredda, un’epoca caratterizzata dallo scontro politico, ideologico, economico e militare (anche se solo per interposta persona) fra due attori che occupavano interamente la scena. Gli Stati Uniti erano concentrati sul loro acerrimo nemico, il comunismo sovietico.

Fallita la distensione, gli anni Ottanta rappresentarono un decennio di corsa al riarmo, di continue prove di forza, di conflitti mediorientali. La Rivoluzione iraniana venne vista con sospetto e timore negli ambienti americani, ma non destava preoccupazione pari a quella della minaccia comunista, la cui espansione andava ancora contenuta. E’ addirittura singolare che nella guerra afghana fra le forze del comunismo sovietico e quelle del fondamentalismo islamico, gli Stati Uniti appoggiarono le seconde.

Inoltre, gli eventi degli anni Settanta – disfatta militare e psicologica del Vietnam e crisi energetica – avevano messo pesantemente in crisi gli Stati Uniti. Non era certo il caso di impantanarsi in ulteriori teatri da cui sarebbe stato difficile uscire. Meglio concentrare l’attenzione sulla minaccia allora percepita come primaria, l’Unione Sovietica, e per il resto contenere senza troppa energia la secondaria minaccia islamista. L’intervento della CIA per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Tehran e il sostegno ambiguo dato all’Iraq nel conflitto contro l’Iran furono, per l’appunto, tentativi timidi, indiretti e per lo più inefficaci di scalzare il fondamentalismo islamico dal potere in Iran.

Prima che il fondamentalismo islamico diventi una minaccia rilevante per gli Stati Uniti, occorre attendere almeno gli anni Novanta e, prima di assurgere a nemico assoluto (utilizzo volutamente questo aggettivo, considerata la visione missionaria e moralista tipica della politica internazionale degli Stati Uniti, ed in particolare il manicheismo con cui la Prima Amministrazione Bush ha costruito identità, alleanze e minacce per rispondere al manicheismo islamista), il giorno 11 settembre 2001. La cristallizzazione del potere degli Ayatollah in Iran fu sì conseguenza delle relazioni fra le diverse anime della Rivoluzione, ma quell’esito è stato enormemente facilitato dall’esistenza di un sistema internazionale più impermeabile di quello attuale – così come di attori rilevanti più indifferenti di quelli odierni – alle considerazioni sull’evoluzione e sulla minaccia dell’islamismo.

E’ in gran parte per questo stesso motivo (ed è stupefacente che quasi nessuno ne discuta in maniera chiara) che, al contrario, oggi il futuro dell’Egitto, qualunque sia l’esito delle vicende interne, dipenderà anche da come gli attori interessati a mantenere il fondamentalismo islamico lontano dal potere – Israele e Stati Uniti in particolare – tratteranno la questione. Sono ormai dieci anni che l’islamismo viene percepito come minaccia principale dalla superpotenza globale; Israele inoltre confina proprio con l’Egitto e il suo carattere ebraico fa dell’islamismo stesso una minaccia.

E’ significativo constatare che, come si apprende dalle fonti di informazione, questa volta gli islamisti non stanno svolgendo un ruolo rilevante nella conduzione della protesta, mentre nel caso iraniano rappresentavano una delle anime principali della Rivoluzione. Ma è altrettanto verosimile l’ipotesi che in caso di elezioni l’eventuale vittoria dei fondamentalisti – che certo non tarderanno a presentarsi – costringerà gli Stati Uniti ad una negoziazione mettendo però in crisi il loro ruolo in tutta la regione. L’ideologia anti-americana e anti-israeliana della Fratellanza unita alla storica sindrome da accerchiamento di cui soffre Israele faranno il resto. Mai come adesso fattori internazionali come geografia e minaccia si uniscono in un mix a tal punto esplosivo.

Iran, un dialogo difficilmente praticabile

(riflessione pubblicata su http://www.come2discuss.net/ il 20 marzo 2009 - posted on March 20th, 2009 http://www.come2discuss.net/)

Vi sono almeno tre elementi che è bene prendere in considerazione a proposito dell’idea patrocinata dalla nuova Amministrazione statunitense e sostenuta dall’Europa di promuovere l’Iran quale inedito partner cui allargare il dialogo previsto per tentare di risolvere le sempre più intricate questioni che riguardano il Medio Oriente ed il mondo islamico.

In primo luogo è arrivata la smentita del viaggio del Ministro degli Esteri Frattini previsto entro la fine di marzo a Tehran, avente il fine di convocare il governo iraniano alla conferenza del G8 di giugno sulle questioni Afghanistan-Pakistan: la visita è stata rinviata. In seconda istanza, nei giorni scorsi è giunto anche l’invito all’Iran da parte del Segretario di Stato Usa Clinton a prender parte alla conferenza internazionale ad alto livello sotto l’egida delle Nazioni Unite prevista per il 31 marzo all’Aja. Esso si somma al processo di normalizzazione dei rapporti avviato dalla Nato con la Russia, dopo sette mesi di stallo seguiti al conflitto caucasico. Da ultimo, bisogna comunque tener conto di come la posizione dell’Iran faccia a pugni, su molte, troppe questioni ed ormai da diverso tempo, con l’idea di un negoziato aperto anche allo Stato persiano. E’ dall’analisi di questa situazione che bisogna tentare di comprendere quale ruolo l’Iran possa giocare nella soluzione del problema del terrorismo e della stabilizzazione in Afghanistan.

La nuova linea di politica estera inaugurata dalla Presidenza Obama lascia intravedere l’incedere di un cauto realismo al posto del fin troppo esasperato idealismo che aveva caratterizzato i due mandati di Bush jr. E’ vero, essa ha quale asse portante l’idea di evacuare l’Iraq per lasciarlo finalmente al suo popolo, per concentrare gli sforzi sul teatro afghano. Ma è altrettanto vero che l’obiettivo della guerra al terrorismo rimane prioritario nell’agenda politica Usa. La parola d’ordine è la medesima. Era stato lo stesso Obama a dichiarare nel discorso inaugurale: “a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto”. Chi era, infatti, così ingenuo da immaginare che un cambio di colore alla Casa Bianca potesse portare la superpotenza ad usare solo la carota e non più (anche) il bastone? Considerazione avvalorata, peraltro, dalla tendenza sempre più marcata – anche per via della crisi economica – del sistema internazionale a transitare verso una configurazione multipolare quanto alla distribuzione di potenza.

La questione principale consiste nel considerare costi e benefici, nell’analizzare vantaggi e svantaggi che deriverebbero dall’accreditare l’Iran quale nuova potenza con cui avviare una qualche forma di dialogo. L’Iran è già a tutti gli effetti una potenza regionale sotto molteplici profili: quello economico, facendo dipendere dalla ricchezza del suo sottosuolo l’approvvigionamento di molti Paesi europei, incluso il nostro; quello politico, dal momento che le guerre in Afghanistan e in Iraq avviate sotto l’Amministrazione Bush, hanno eliminato due attori che ne minacciavano l’autorità, sia per quello che riguarda il discorso islamista (i Taliban) sia per quello che attiene al confronto per il potere nella regione (Saddam). Non va dimenticato che l’Iran è il principale finanziatore e sostenitore ideologico di organizzazioni assai radicate nel proprio territorio che praticano da anni forme più o meno riconosciute di terrorismo nella regione (Hamas, Jihad Islamica, Hezbollah), per quanto vada comunque precisato che si tratta di un terrorismo di matrice localistica e non abbia la portata globale di quello qaedista. Non va, inoltre, trascurato come l’Iran si stia muovendo da diversi anni per sviluppare capacità nucleari. Gli esperti calcolano che nel breve volgere di pochi anni, la produzione di petrolio sarà appena sufficiente per assorbire la domanda interna e l’Iran non riuscirà più ad esportare una sola goccia di petrolio. (poiché manca il know-how necessario a trasformare il greggio in prodotti di uso comune come la benzina). Tale prospettiva dà linfa ai sostenitori del programma di arricchimento dell’uranio avviato dal Paese e su cui insiste pesantemente Ahmadinejad. Il problema esiste, è reale e la soluzione nucleare pare la scelta politica più idonea per risolvere le piaghe di un’economia in ginocchio. Tuttavia, bisogna considerare come il binomio costituito dall’ipotesi (ormai quasi una certezza, secondo molte fonti) di sviluppare tecnologia dual use, associata alle sortite dell’ex sindaco di Teheran circa il destino dello Stato di Israele, non faccia dormire sonni tranquilli a diversi Stati occidentali, per quanto tali sortite vadano cautamente inserite all’interno di un contesto fortemente propagandistico.

Considerati questi fattori, quanto conviene all’Occidente e all’America accreditare l’Iran quale partner per risolvere le questioni legate al proliferare del terrorismo? Essendo già l’Iran una potenza regionale di fatto, le manca solo la legittimazione internazionale per agire come un cane sciolto ovunque abbia interessi di egemonia o di potenza, convinta di potersi muovere molto più liberamente di quanto faccia già ora. Quanto può pesare l’apertura all’Iran sul piano dei rapporti degli Stati Uniti con Paesi arabi quali l’Arabia Saudita, la Giordania, l’Egitto e il Marocco (quest’ultimo tra l’altro ha interrotto pochi giorni fa le relazioni diplomatiche proprio con l’Iran)? Sono questi gli interrogativi che più di tutti necessitano di una risposta. Si spera che l’Occidente, a differenza del recente passato – il riferimento è in merito all’intervento in Iraq – si trovi non solo ad adottare una linea politica più realista e, quindi, lungimirante, ma agisca di concerto facendo emergere quella coesione senza la quale i problemi globali difficilmente potranno essere affrontati.

Journal article: Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy

My latest journal article "Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy" has been published in the ...