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Wednesday, November 21, 2012

Israele, Iran e Stati Uniti fra gli obiettivi di Netanyahu nel conflitto di Gaza e l’opportunità di Obama.


La decisione di bombardare la Striscia di Gaza, presa a metà della scorsa settimana dal governo israeliano, non può essere letta semplicemente come una rappresaglia legittima, ancorché sproporzionata, in risposta ai lanci di razzi Al-Qassam che in precedenza avevano colpito il territorio israeliano. Dopo sette giorni dall’inizio della controffensiva, il tributo di sangue è già altissimo. I morti fra i soli palestinesi superano le 100 unità, a cui si aggiungono 700 feriti[1].
Nel lancio di missili ha perso la vita Ahmed Al-Jabaari, il capo della branca militare di Hamas, l’organizzazione islamonazionalista che controlla la Striscia dal giugno 2007 in seguito all’estromissione di Fatah. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha richiamato 75.000 riservisti, allo scopo di approntare una operazione di terra entro 72 ore qualora Hamas non ottemperi al soddisfacimento di sei richieste: una tregua di almeno 15 anni; l’immediata cessazione del traffico di armi ed il trasferimento di queste a Gaza; stop al lancio di razzi da parte palestinese e stop agli attacchi ai soldati presenti al confine con Gaza; diritto di Israele di dare la caccia ai terroristi in caso di attacco o se ottiene informazioni di un attacco imminente; il valico di Rafah rimarrà aperto ma gli attraversamenti del confine fra Gaza e Israele rimarranno chiusi; esponenti politici dell’Egitto, capeggiati da Mohammad Morsi, saranno i garanti di qualsiasi accordo per il cessate il fuoco. Ciò vuol dire che l’accordo sarà sostenuto dall’establishment politico egiziano invece che da quello di sicurezza[2].

Wednesday, February 15, 2012

Humanity or realpolitik?

(posted on http://www.dotduepuntozero.org/ and on http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/, February 26th, 2011)

It is hard to have ignored the great deal of comparisons made between last weeks’ Arab turmoil and the 1989 events following the fall of the Berlin wall. Such attempts hold a hidden hope, which I would describe as human. It is the hope that, as were the citizens of the post-communist nations, those of the Muslim nations will also be able to share forms of democratic political participation. Furthermore, it is the hope that the riots in question will trigger an economic development, which may lead to an increase in wealth. In fact,  such events generally end up in a price increase for the most common goods, such as bread.

E’ difficile non aver notato il profluvio di paragoni fra le rivolte arabe di queste settimane e gli eventi che sono seguiti al crollo del Muro di Berlino nel 1989. Il tentativo nasconde una grossa speranza che è prima di tutto umana: la speranza che, come allora i cittadini dei Paesi post-comunisti, anche oggi quelli dei Paesi arabo-musulmani possano conoscere forme di partecipazione politica assimilabili a forme democratiche, unite ad uno sviluppo economico che porti una maggiore ricchezza in termini di risorse per tutti. Non dimentichiamo infatti che queste rivolte seguono ad un’impennata dei prezzi dei beni di consumo più comuni, come ad esempio il pane.

Tuttavia, secondo me occorre maggiore prudenza nell’attività di comparazione. Sono più numerose le differenze fra il caso rappresentato dai Paesi arabi oggi e il caso dei Paesi post-comunisti nel 1989. In primo luogo, come ha notato Vittorio Emanuele Parsi su La Stampa del 18 febbraio, all’epoca il mondo occidentale era interessato ad inglobare le realtà del blocco sovietico; ed in effetti, come dimostrano gli allargamenti di Nato e UE, quegli interessi hanno avuto seguito. Non si nota il medesimo interesse nei confronti dei Paesi arabi oggi.

In secondo luogo, bisogna considerare il tessuto sociale ed istituzionale dei Paesi arabi. Mentre nei Paesi post-comunisti si poteva trovare un minimo di società civile (caso da manuale la Polonia, col suo sindacato Solidarnosc e l’autonomia della Chiesa cattolica polacca – si veda l’ottima opera di Juan Linz e Alfred Stepan), riflesso di un qualche embrione di cultura liberale coltivato nel passato, nei Paesi arabi quello che manca è proprio questo ingrediente. E credo sia nettamente discriminante. In Libia, addirittura, prevalgono quei legami clanici e tribali che hanno spinto Khaled Fouad Allam ad ipotizzare il rischio di un “Afghanistan nel Mediterraneo” (il Sole 24 Ore, 23 febbraio) a causa della eccessiva frammentazione e mancanza di coesione nazionale. Sarebbe ingenuo e pericoloso pensare di poter esportare la democrazia (anche pacificamente) laddove una cultura democratica e liberale non esiste. L’esempio fornito dalla politica estera di Bush parla in maniera piuttosto eloquente.

In terzo luogo, c’è il rischio che il potere finisca nelle mani dei militari o dei fondamentalisti. In Egitto, la prima delle due ipotesi è già realtà: altro che transizione democratica, verrebbe da dire! Dunque, paragoni un po’ troppo affrettati. E, in ogni caso, l’ombra dei fondamentalisti rimane. Non mi riferisco tanto ad al-Qaeda o a quei gruppi che usano la violenza (i radicali) ma a chi propugna la cosiddetta islamizzazione dal basso. Il caso egiziano è emblematico. Lì i Fratelli Musulmani non hanno bisogno di bombe. La democrazia potrebbe benissimo aiutarli a prendere il potere. D’altra parte, dispongono di una rete di “welfare religioso” (scuole, ospedali, mense, servizi sociali) che hanno costruito nei decenni e grazie a cui hanno potuto avviare una lenta ma costante opera di proselitismo.

Onestamente, non saprei quale sia la migliore soluzione. Non è nemmeno il mio mestiere. Sul piano umano, è naturale sperare che le violenze cessino e che Gheddafi possa risponderne di fronte alla Corte di giustizia internazionale. D’altra parte, siccome credo che realpolitik e umanità stiano fra loro in un rapporto inversamente proporzionale, forse era meglio, almeno per noi italiani, la situazione precedente. Grazie alla personalità di Silvio Berlusconi, il nostro Paese ha tessuto legami con molti leader mondiali improntando la politica estera italiana a solidi rapporti bilaterali. Avevamo un ottimo rapporto sia con Mubarak che con Gheddafi. Anzi, da questo pinto di vista io parlerei di una coerente espressione della linea di politica estera italiana pur nell’avvicendamento di governi diversi. La Libia è un Paese dal quale dipendiamo enormemente in fatto di petrolio e gas. La realpolitik era una via obbligata. Certo, si può biasimare la firma del trattato italo-libico per aver in sostanza taciuto la questione del rispetto dei diritti umani e credo che l’Italia, avendo comunque un buon potere negoziale (siamo o no nella UE? Siamo o no nella Nato? Siamo o no alleati degli Stati Uniti?), avrebbe potuto pretendere qualcosa in più su quel versante da Gheddafi.

Rischiamo di andare incontro ad una situazione incontrollabile, sia per quanto riguarda il futuro politico ed istituzionale di quei Paesi (da cui, ripeto, dipendiamo parecchio in termini economici: saranno ancora nostri alleati?), sia per quello che riguarda i contraccolpi che possono seguire agli eventuali flussi migratori. Anche qui: umanità o realpolitik? Cioè, accoglienza totale o riaffermazione della sovranità statale (e quindi dei “confini”, l’unico strumento col quale si può discriminare fra cittadini e stranieri)? Si accolga chi si può accogliere. Ma non possiamo farci carico di tutti – soprattutto nel caso in cui, come afferma il Governo, dovessero arrivare fino a 200.000 persone e visto e considerato che la disoccupazione giovanile in Italia è al 29%. Le risposte concrete, ovviamente, sarà la politica a doverle dare.

Il peso del sistema internazionale sulla questione egiziana


(riflessione pubblicata su http://www.dotduepuntozero.org/ il giorno 3 febbraio 2011 - posted on http://www.dotduepuntozero.org/, February 3rd, 2011)

L’evento di maggiore rilevanza internazionale degli ultimi giorni è la rivolta del popolo egiziano contro il regime della trentennale gestione di Mubarak. Consultando la stampa ed ascoltando i telegiornali ho potuto osservare una straordinaria regolarità nelle analisi prodotte riguardo alla vicenda in questione: diversi osservatori ed analisti hanno tentato di instaurare un paragone con la famosa Rivoluzione iraniana del 1979.

L’idea di base su cui si fonda la comparazione ruota attorno alla focalizzazione sulle dinamiche interne al Paese nordafricano. Come in Iran, la rivolta proviene dal basso; come in Iran, essa è tesa alla destituzione di un capo alla testa di un regime visto come oppressivo ed autoritario; come in Iran, il soggetto che potrebbe trarre beneficio dalla ribellione è il movimento islamista. Sebbene il quadro delineato dai media occidentali appaia persuasivo, esso sembra rispondere alle comprensibili ansie e timori degli stessi governi e delle stesse opinioni pubbliche occidentali. Ma ci sono anche analisti che prendono le distanze da tale prospettiva. L’autorevole islamologo Olivier Roy, ad esempio, ritiene la rivolta egiziana più assimilabile alla «Tehran della rivoluzione verde di due anni fa» e considera remota la possibilità di un colpo di Stato islamico.

In realtà, diversamente da come la pensa Roy al riguardo, gruppi islamisti possono tentare con successo di andare al potere anche senza necessariamente passare attraverso un colpo di Stato, ma in seguito ad elezioni (come dimostrano i casi di Hamas, Hezbollah, AKP turco, oltre che il caso della vittoria del FIS algerino nel 1991, poi annullata). Non è così remota l’eventualità che i Fratelli Musulmani, considerando la loro densa presenza nella società egiziana, prendano il potere. Approfittando dell’attuale fase di confusione, potrebbero prima stringere un’alleanza tattica con le altre forze ostili al regime per poi eliminarle una ad una dalla gestione del potere, proprio come fece il clero islamista in Iran trent’anni fa. Si tratta di una possibilità, ma i possibili scenari che sono molteplici e la prudenza con cui vanno trattati è d’obbligo.

Ad ogni modo, nelle analisi comparate fatte in questi giorni un aspetto, a parer mio essenziale, le indebolisce enormemente: la mancata considerazione dell’influenza del sistema internazionale sulle vicende interne. Il discorso impostato dai media tiene sì conto di attori esterni come Stati Uniti, Unione Europea, Israele, ma esso è eccessivamente sbilanciato sulle vicende interne e non c’è traccia di una spiegazione sistemica. In sostanza, che il destino del popolo egiziano sia finire o meno sotto un regime islamista a guida Fratelli Musulmani sembra dipendere totalmente da ciò che accadrà all’interno del Paese, con scarsa considerazione per lo sfondo sul quale operano gli attori esterni. 

E’ vero, è complicato comparare casi diversi inseriti in contesti storico-internazionali differenti: come si fa a paragonare l’Iran del 1979 con l’Egitto del 2011? Capisco la difficoltà. Tuttavia alcuni elementi vanno analizzati.

La vittoria degli islamisti iraniani nel 1979 poté compiersi, aprendo in seguito le porte all’instaurazione di un regime totalmente in mano al clero, anche come conseguenza del tipo di sistema internazionale dell’epoca e degli interessi allora percepiti come prioritari. Il riferimento è alla Guerra fredda, un’epoca caratterizzata dallo scontro politico, ideologico, economico e militare (anche se solo per interposta persona) fra due attori che occupavano interamente la scena. Gli Stati Uniti erano concentrati sul loro acerrimo nemico, il comunismo sovietico.

Fallita la distensione, gli anni Ottanta rappresentarono un decennio di corsa al riarmo, di continue prove di forza, di conflitti mediorientali. La Rivoluzione iraniana venne vista con sospetto e timore negli ambienti americani, ma non destava preoccupazione pari a quella della minaccia comunista, la cui espansione andava ancora contenuta. E’ addirittura singolare che nella guerra afghana fra le forze del comunismo sovietico e quelle del fondamentalismo islamico, gli Stati Uniti appoggiarono le seconde.

Inoltre, gli eventi degli anni Settanta – disfatta militare e psicologica del Vietnam e crisi energetica – avevano messo pesantemente in crisi gli Stati Uniti. Non era certo il caso di impantanarsi in ulteriori teatri da cui sarebbe stato difficile uscire. Meglio concentrare l’attenzione sulla minaccia allora percepita come primaria, l’Unione Sovietica, e per il resto contenere senza troppa energia la secondaria minaccia islamista. L’intervento della CIA per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Tehran e il sostegno ambiguo dato all’Iraq nel conflitto contro l’Iran furono, per l’appunto, tentativi timidi, indiretti e per lo più inefficaci di scalzare il fondamentalismo islamico dal potere in Iran.

Prima che il fondamentalismo islamico diventi una minaccia rilevante per gli Stati Uniti, occorre attendere almeno gli anni Novanta e, prima di assurgere a nemico assoluto (utilizzo volutamente questo aggettivo, considerata la visione missionaria e moralista tipica della politica internazionale degli Stati Uniti, ed in particolare il manicheismo con cui la Prima Amministrazione Bush ha costruito identità, alleanze e minacce per rispondere al manicheismo islamista), il giorno 11 settembre 2001. La cristallizzazione del potere degli Ayatollah in Iran fu sì conseguenza delle relazioni fra le diverse anime della Rivoluzione, ma quell’esito è stato enormemente facilitato dall’esistenza di un sistema internazionale più impermeabile di quello attuale – così come di attori rilevanti più indifferenti di quelli odierni – alle considerazioni sull’evoluzione e sulla minaccia dell’islamismo.

E’ in gran parte per questo stesso motivo (ed è stupefacente che quasi nessuno ne discuta in maniera chiara) che, al contrario, oggi il futuro dell’Egitto, qualunque sia l’esito delle vicende interne, dipenderà anche da come gli attori interessati a mantenere il fondamentalismo islamico lontano dal potere – Israele e Stati Uniti in particolare – tratteranno la questione. Sono ormai dieci anni che l’islamismo viene percepito come minaccia principale dalla superpotenza globale; Israele inoltre confina proprio con l’Egitto e il suo carattere ebraico fa dell’islamismo stesso una minaccia.

E’ significativo constatare che, come si apprende dalle fonti di informazione, questa volta gli islamisti non stanno svolgendo un ruolo rilevante nella conduzione della protesta, mentre nel caso iraniano rappresentavano una delle anime principali della Rivoluzione. Ma è altrettanto verosimile l’ipotesi che in caso di elezioni l’eventuale vittoria dei fondamentalisti – che certo non tarderanno a presentarsi – costringerà gli Stati Uniti ad una negoziazione mettendo però in crisi il loro ruolo in tutta la regione. L’ideologia anti-americana e anti-israeliana della Fratellanza unita alla storica sindrome da accerchiamento di cui soffre Israele faranno il resto. Mai come adesso fattori internazionali come geografia e minaccia si uniscono in un mix a tal punto esplosivo.

Journal article: Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy

My latest journal article "Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy" has been published in the ...