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Wednesday, February 15, 2012

Il declino dell'America


(pubblicato su http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/ il giorno 24 marzo 2011)

Se c’è un dato delle vicende internazionali che deve allarmarci è l’inesorabile declino dell’America. Sono ormai anni, se non decenni, che i politologi si sbizzarriscono a formulare scenari che vedono il progressivo indebolimento dell’America, la cui perdita di potere relativo consente l’inevitabile ascesa di altri Stati nella scena internazionale.

Le modalità che hanno condotto all’intervento occidentale in Libia testimoniano ineluttabilmente questa tendenza, anzi per certi versi l’accelerano. Sia chiaro, l’America è ancora la più grande potenza al mondo almeno in termini economici e militari. Ma il ruolo giocato dagli Stati Uniti in queste settimane è a dir poco imbarazzante. Dal Segretario di Stato della più grande potenza al mondo non ti aspetti che giustifichi la scelta di non intervenire, accontentandosi della proclamazione di una no fly zone, adducendo il peso negativo dell’eredità acquisita in seguito alle campagne (piuttosto disastrose) di Iraq e Afghanistan. In realtà, dalla più grande potenza mondiale non ti aspetti proprio che si defili.

Gli Stati Uniti, dopo un decennio di politica estera dissennata sotto la guida dell’improvvido George W. Bush, sembrano aver invertito la rotta commettendo l’errore opposto, cioè peccando di inazione. L’Amministrazione Obama ha dato prova finora di non essere totalmente all’altezza delle sfide che provengono dal sistema internazionale. In realtà l’indecisione mostrata da Obama è un puro atto di volontà politica, indice di una strategia di disimpegno dalle vicende internazionali. La scelta di non annullare le visite in Brasile, Cile ed El Salvador, teatri assolutamente remoti rispetto a quello caldo mediterraneo, spiega tutto.

Il protagonista assoluto della vicenda in questione è il Presidente francese Sarkozy, in cerca di un consenso interno che è riuscito peraltro ad ottenere. Ma gli è stato volutamente lasciato un enorme margine di manovra. Gli è stata concessa su un piatto d’argento la possibilità di colmare l’inspiegabile vuoto politico lasciato dall’America. Non bisogna affatto cadere nella trappola di  confondere la prudenza (principio guida del realismo politico) con un vero e proprio atto di abbandono (il principio guida della politica estera USA fino alla Seconda Guerra Mondiale: l’isolazionismo di jeffersoniana memoria). Non sto dicendo che l’America avrebbe dovuto impegnarsi in una nuova guerra. Sto semplicemente affermando che avrebbe dovuto recitare un ruolo politico all’altezza della sua potenza. Anche impedendo a Sarkozy una così avventata iniziativa.

La scelta del disimpegno non può che favorire Paesi come la Russia o la Cina che hanno una proiezione globale degli interessi e sono intenzionati a delegittimare il ruolo politico dell’America. La Russia ha visto addirittura uno scontro interno al Cremlino fra il PresidenteMedvedev e il Premier Putin con quest’ultimo che non ha perso tempo per condannare il carattere medievale della Risoluzione 1973.

E noi europei? L’intervento in Libia mostra la netta spaccatura fra i Paesi del vecchio Continente e celebra il funerale di un progetto politico che in realtà non è mai nato. Al declino americano non fa da contraltare un’unione politica europea, tutt’altro: quell’asse franco-tedesco – lo storico motore dell’unità europea – la cui solidità aveva retto persino sul tema della guerra in Iraq, si è clamorosamente spezzato oggi su tale vicenda.

Paradossalmente, il sistema internazionale degli Stati era più sicuro durante lo scorso decennio. Politicamente, il mondo attuale è ormai multipolare. E, di conseguenza, assai più pericoloso.

Il pantano afghano

(riflessione pubblicata il giorno 30 settembre 2010 su http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/ - posted on http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/, September 30th, 2010)


A che punto è la guerra in Afghanistan? Quali sono gli obiettivi attuali? E’ oggettivamente complicato rispondere a questi interrogativi. Tuttavia, dal paese in cui fu lanciato l’intervento armato dell’autunno 2001 provengono notizie che parlano di trattative in corso fra l’Amministrazione Obama e niente meno che il Mullah Omar. Gli americani sembrano aver abbracciato una linea di cauto realismo che segna una rottura abbastanza netta con la precedente Amministrazione Bush. Il livello dei costi di questa guerra rimane sempre altissimo; la prospettiva del ritiro, il cui inizio è annunciato per il 2011 (ma che finirà non prima del 2014), non è affatto confortante; i risultati sul mero piano strategico-militare sono, dopo nove anni, insoddisfacenti.
Effettivamente l’idea di pompare denaro per aumentare la presenza militare ha finora tradito le attese: come già accadde negli anni Ottanta, all’epoca della lunga guerra afghana fra le forze del comunismo sovietico e quelle del fondamentalismo islamico, l’incremento della potenza militare dell’occupante non ha fatto altro che produrre una sempre maggiore coesione fra la popolazione autoctona, accrescendo la determinazione dei guerriglieri a ricacciare il nemico all’esterno dei propri confini. Come dimostravano già le campagne in Vietnam ed in Iraq, gli strateghi americani sembrano non aver imparato alcunché dall’esperienza delle guerre contro gli indiani dei secoli XVII e XVIII. Non hanno compreso la difficoltà intrinseca della guerra asimmetrica, un tipo di conflitto irto di ostacoli quali ad esempio la particolare e spesso ostile morfologia del territorio, le avverse condizioni atmosferiche, il morale del popolo invaso.
Per questa ragione, la nuova Amministrazione Obama ha adottato, da un po’ di tempo, una concezione della politica che potremmo definire meno manichea. Ovvero, in primis, intavolare una seria trattativa con quella parte dei talebani insediati nel sud dell’Afghanistan, che sembrano avere tutta l’intenzione di venire a patti con gli Stati Uniti e, in secundis, dichiarare la propria contrarietà rispetto a qualsiasi trattativa con al-Qaeda. Inoltre, come suggerisce la formula giornalisticamente di successo AfPak, la strategia di Obama mira a concentrare l’attenzione anche sul Paese guidato dal Presidente Zardari. Non fosse altro perché gli americani si sono finalmente resi conto dell’estrema influenza a doppio filo che lega il regime pakistano ai gruppi legati proprio ad al-Qaeda. Le ragioni di questa relazione sono prettamente geopolitiche: il Pakistan è notoriamente dotato dell’arma nucleare e ha tutto l’interesse per ammansire e “tenersi buoni” i gruppi terroristi onde evitare ribaltamenti interni.
Tuttavia, appare problematico quello che risulta essere un vero e proprio sostegno del regime pakistano al terrorismo jihadista; la qual cosa rischia di costituire il bastone fra le ruote che la coalizione occidentale certamente non si aspetta. Inoltre, l’intensificazione dei bombardamenti nelle zone pachistane del Waziristan in cui sono concentrate fazioni jihadiste contrarie ad ogni ipotesi di pacificazione, ha indispettito non poco Islamabad. E’ così che, trattando con una fazione molto influente nella regione di Kandahar – quella che fa capo, appunto, al Mullah Omar – gli Stati Uniti si barcamenano, per quel che possono , dialogando con un gruppo ma continuando a bombardare in maniera mirata gli altri. In questa situazione, inoltre, si inserisce l’operazione attuata dalla Cia che, prevedendo l’utilizzo di droni, velivoli pilotati dall’esterno, ha consentito qualche giorno fa di sventare gli attacchi jihadisti preparati in territorio pakistano e diretti contro Paesi europei.
E’ all’incrocio tra queste fitte trame e questi delicatissimi equilibri che si inserisce la strategia di Obama. Il Presidente americano sa che le trattative condotte unicamente con una fazione difficilmente condurranno ad una normalizzazione totale dei rapporti all’interno della regione AfPak. Ma, accanto all’addestramento militare a cui è sottoposto il personale locale, questa soluzione pare essere, al momento, l’unica idonea all’obiettivo di una ritirata strategica, la cui attuazione conoscerà ragionevolmente tempi non brevi e che non deve passare pubblicamente per sconfitta ma per “afghanizzazione” del contesto.

Iran, un dialogo difficilmente praticabile

(riflessione pubblicata su http://www.come2discuss.net/ il 20 marzo 2009 - posted on March 20th, 2009 http://www.come2discuss.net/)

Vi sono almeno tre elementi che è bene prendere in considerazione a proposito dell’idea patrocinata dalla nuova Amministrazione statunitense e sostenuta dall’Europa di promuovere l’Iran quale inedito partner cui allargare il dialogo previsto per tentare di risolvere le sempre più intricate questioni che riguardano il Medio Oriente ed il mondo islamico.

In primo luogo è arrivata la smentita del viaggio del Ministro degli Esteri Frattini previsto entro la fine di marzo a Tehran, avente il fine di convocare il governo iraniano alla conferenza del G8 di giugno sulle questioni Afghanistan-Pakistan: la visita è stata rinviata. In seconda istanza, nei giorni scorsi è giunto anche l’invito all’Iran da parte del Segretario di Stato Usa Clinton a prender parte alla conferenza internazionale ad alto livello sotto l’egida delle Nazioni Unite prevista per il 31 marzo all’Aja. Esso si somma al processo di normalizzazione dei rapporti avviato dalla Nato con la Russia, dopo sette mesi di stallo seguiti al conflitto caucasico. Da ultimo, bisogna comunque tener conto di come la posizione dell’Iran faccia a pugni, su molte, troppe questioni ed ormai da diverso tempo, con l’idea di un negoziato aperto anche allo Stato persiano. E’ dall’analisi di questa situazione che bisogna tentare di comprendere quale ruolo l’Iran possa giocare nella soluzione del problema del terrorismo e della stabilizzazione in Afghanistan.

La nuova linea di politica estera inaugurata dalla Presidenza Obama lascia intravedere l’incedere di un cauto realismo al posto del fin troppo esasperato idealismo che aveva caratterizzato i due mandati di Bush jr. E’ vero, essa ha quale asse portante l’idea di evacuare l’Iraq per lasciarlo finalmente al suo popolo, per concentrare gli sforzi sul teatro afghano. Ma è altrettanto vero che l’obiettivo della guerra al terrorismo rimane prioritario nell’agenda politica Usa. La parola d’ordine è la medesima. Era stato lo stesso Obama a dichiarare nel discorso inaugurale: “a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto”. Chi era, infatti, così ingenuo da immaginare che un cambio di colore alla Casa Bianca potesse portare la superpotenza ad usare solo la carota e non più (anche) il bastone? Considerazione avvalorata, peraltro, dalla tendenza sempre più marcata – anche per via della crisi economica – del sistema internazionale a transitare verso una configurazione multipolare quanto alla distribuzione di potenza.

La questione principale consiste nel considerare costi e benefici, nell’analizzare vantaggi e svantaggi che deriverebbero dall’accreditare l’Iran quale nuova potenza con cui avviare una qualche forma di dialogo. L’Iran è già a tutti gli effetti una potenza regionale sotto molteplici profili: quello economico, facendo dipendere dalla ricchezza del suo sottosuolo l’approvvigionamento di molti Paesi europei, incluso il nostro; quello politico, dal momento che le guerre in Afghanistan e in Iraq avviate sotto l’Amministrazione Bush, hanno eliminato due attori che ne minacciavano l’autorità, sia per quello che riguarda il discorso islamista (i Taliban) sia per quello che attiene al confronto per il potere nella regione (Saddam). Non va dimenticato che l’Iran è il principale finanziatore e sostenitore ideologico di organizzazioni assai radicate nel proprio territorio che praticano da anni forme più o meno riconosciute di terrorismo nella regione (Hamas, Jihad Islamica, Hezbollah), per quanto vada comunque precisato che si tratta di un terrorismo di matrice localistica e non abbia la portata globale di quello qaedista. Non va, inoltre, trascurato come l’Iran si stia muovendo da diversi anni per sviluppare capacità nucleari. Gli esperti calcolano che nel breve volgere di pochi anni, la produzione di petrolio sarà appena sufficiente per assorbire la domanda interna e l’Iran non riuscirà più ad esportare una sola goccia di petrolio. (poiché manca il know-how necessario a trasformare il greggio in prodotti di uso comune come la benzina). Tale prospettiva dà linfa ai sostenitori del programma di arricchimento dell’uranio avviato dal Paese e su cui insiste pesantemente Ahmadinejad. Il problema esiste, è reale e la soluzione nucleare pare la scelta politica più idonea per risolvere le piaghe di un’economia in ginocchio. Tuttavia, bisogna considerare come il binomio costituito dall’ipotesi (ormai quasi una certezza, secondo molte fonti) di sviluppare tecnologia dual use, associata alle sortite dell’ex sindaco di Teheran circa il destino dello Stato di Israele, non faccia dormire sonni tranquilli a diversi Stati occidentali, per quanto tali sortite vadano cautamente inserite all’interno di un contesto fortemente propagandistico.

Considerati questi fattori, quanto conviene all’Occidente e all’America accreditare l’Iran quale partner per risolvere le questioni legate al proliferare del terrorismo? Essendo già l’Iran una potenza regionale di fatto, le manca solo la legittimazione internazionale per agire come un cane sciolto ovunque abbia interessi di egemonia o di potenza, convinta di potersi muovere molto più liberamente di quanto faccia già ora. Quanto può pesare l’apertura all’Iran sul piano dei rapporti degli Stati Uniti con Paesi arabi quali l’Arabia Saudita, la Giordania, l’Egitto e il Marocco (quest’ultimo tra l’altro ha interrotto pochi giorni fa le relazioni diplomatiche proprio con l’Iran)? Sono questi gli interrogativi che più di tutti necessitano di una risposta. Si spera che l’Occidente, a differenza del recente passato – il riferimento è in merito all’intervento in Iraq – si trovi non solo ad adottare una linea politica più realista e, quindi, lungimirante, ma agisca di concerto facendo emergere quella coesione senza la quale i problemi globali difficilmente potranno essere affrontati.

Journal article: Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy

My latest journal article "Domestic Factions and the External Environment in Iran's Foreign Policy" has been published in the ...