Wednesday, February 15, 2012

Il peso del sistema internazionale sulla questione egiziana


(riflessione pubblicata su http://www.dotduepuntozero.org/ il giorno 3 febbraio 2011 - posted on http://www.dotduepuntozero.org/, February 3rd, 2011)

L’evento di maggiore rilevanza internazionale degli ultimi giorni è la rivolta del popolo egiziano contro il regime della trentennale gestione di Mubarak. Consultando la stampa ed ascoltando i telegiornali ho potuto osservare una straordinaria regolarità nelle analisi prodotte riguardo alla vicenda in questione: diversi osservatori ed analisti hanno tentato di instaurare un paragone con la famosa Rivoluzione iraniana del 1979.

L’idea di base su cui si fonda la comparazione ruota attorno alla focalizzazione sulle dinamiche interne al Paese nordafricano. Come in Iran, la rivolta proviene dal basso; come in Iran, essa è tesa alla destituzione di un capo alla testa di un regime visto come oppressivo ed autoritario; come in Iran, il soggetto che potrebbe trarre beneficio dalla ribellione è il movimento islamista. Sebbene il quadro delineato dai media occidentali appaia persuasivo, esso sembra rispondere alle comprensibili ansie e timori degli stessi governi e delle stesse opinioni pubbliche occidentali. Ma ci sono anche analisti che prendono le distanze da tale prospettiva. L’autorevole islamologo Olivier Roy, ad esempio, ritiene la rivolta egiziana più assimilabile alla «Tehran della rivoluzione verde di due anni fa» e considera remota la possibilità di un colpo di Stato islamico.

In realtà, diversamente da come la pensa Roy al riguardo, gruppi islamisti possono tentare con successo di andare al potere anche senza necessariamente passare attraverso un colpo di Stato, ma in seguito ad elezioni (come dimostrano i casi di Hamas, Hezbollah, AKP turco, oltre che il caso della vittoria del FIS algerino nel 1991, poi annullata). Non è così remota l’eventualità che i Fratelli Musulmani, considerando la loro densa presenza nella società egiziana, prendano il potere. Approfittando dell’attuale fase di confusione, potrebbero prima stringere un’alleanza tattica con le altre forze ostili al regime per poi eliminarle una ad una dalla gestione del potere, proprio come fece il clero islamista in Iran trent’anni fa. Si tratta di una possibilità, ma i possibili scenari che sono molteplici e la prudenza con cui vanno trattati è d’obbligo.

Ad ogni modo, nelle analisi comparate fatte in questi giorni un aspetto, a parer mio essenziale, le indebolisce enormemente: la mancata considerazione dell’influenza del sistema internazionale sulle vicende interne. Il discorso impostato dai media tiene sì conto di attori esterni come Stati Uniti, Unione Europea, Israele, ma esso è eccessivamente sbilanciato sulle vicende interne e non c’è traccia di una spiegazione sistemica. In sostanza, che il destino del popolo egiziano sia finire o meno sotto un regime islamista a guida Fratelli Musulmani sembra dipendere totalmente da ciò che accadrà all’interno del Paese, con scarsa considerazione per lo sfondo sul quale operano gli attori esterni. 

E’ vero, è complicato comparare casi diversi inseriti in contesti storico-internazionali differenti: come si fa a paragonare l’Iran del 1979 con l’Egitto del 2011? Capisco la difficoltà. Tuttavia alcuni elementi vanno analizzati.

La vittoria degli islamisti iraniani nel 1979 poté compiersi, aprendo in seguito le porte all’instaurazione di un regime totalmente in mano al clero, anche come conseguenza del tipo di sistema internazionale dell’epoca e degli interessi allora percepiti come prioritari. Il riferimento è alla Guerra fredda, un’epoca caratterizzata dallo scontro politico, ideologico, economico e militare (anche se solo per interposta persona) fra due attori che occupavano interamente la scena. Gli Stati Uniti erano concentrati sul loro acerrimo nemico, il comunismo sovietico.

Fallita la distensione, gli anni Ottanta rappresentarono un decennio di corsa al riarmo, di continue prove di forza, di conflitti mediorientali. La Rivoluzione iraniana venne vista con sospetto e timore negli ambienti americani, ma non destava preoccupazione pari a quella della minaccia comunista, la cui espansione andava ancora contenuta. E’ addirittura singolare che nella guerra afghana fra le forze del comunismo sovietico e quelle del fondamentalismo islamico, gli Stati Uniti appoggiarono le seconde.

Inoltre, gli eventi degli anni Settanta – disfatta militare e psicologica del Vietnam e crisi energetica – avevano messo pesantemente in crisi gli Stati Uniti. Non era certo il caso di impantanarsi in ulteriori teatri da cui sarebbe stato difficile uscire. Meglio concentrare l’attenzione sulla minaccia allora percepita come primaria, l’Unione Sovietica, e per il resto contenere senza troppa energia la secondaria minaccia islamista. L’intervento della CIA per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Tehran e il sostegno ambiguo dato all’Iraq nel conflitto contro l’Iran furono, per l’appunto, tentativi timidi, indiretti e per lo più inefficaci di scalzare il fondamentalismo islamico dal potere in Iran.

Prima che il fondamentalismo islamico diventi una minaccia rilevante per gli Stati Uniti, occorre attendere almeno gli anni Novanta e, prima di assurgere a nemico assoluto (utilizzo volutamente questo aggettivo, considerata la visione missionaria e moralista tipica della politica internazionale degli Stati Uniti, ed in particolare il manicheismo con cui la Prima Amministrazione Bush ha costruito identità, alleanze e minacce per rispondere al manicheismo islamista), il giorno 11 settembre 2001. La cristallizzazione del potere degli Ayatollah in Iran fu sì conseguenza delle relazioni fra le diverse anime della Rivoluzione, ma quell’esito è stato enormemente facilitato dall’esistenza di un sistema internazionale più impermeabile di quello attuale – così come di attori rilevanti più indifferenti di quelli odierni – alle considerazioni sull’evoluzione e sulla minaccia dell’islamismo.

E’ in gran parte per questo stesso motivo (ed è stupefacente che quasi nessuno ne discuta in maniera chiara) che, al contrario, oggi il futuro dell’Egitto, qualunque sia l’esito delle vicende interne, dipenderà anche da come gli attori interessati a mantenere il fondamentalismo islamico lontano dal potere – Israele e Stati Uniti in particolare – tratteranno la questione. Sono ormai dieci anni che l’islamismo viene percepito come minaccia principale dalla superpotenza globale; Israele inoltre confina proprio con l’Egitto e il suo carattere ebraico fa dell’islamismo stesso una minaccia.

E’ significativo constatare che, come si apprende dalle fonti di informazione, questa volta gli islamisti non stanno svolgendo un ruolo rilevante nella conduzione della protesta, mentre nel caso iraniano rappresentavano una delle anime principali della Rivoluzione. Ma è altrettanto verosimile l’ipotesi che in caso di elezioni l’eventuale vittoria dei fondamentalisti – che certo non tarderanno a presentarsi – costringerà gli Stati Uniti ad una negoziazione mettendo però in crisi il loro ruolo in tutta la regione. L’ideologia anti-americana e anti-israeliana della Fratellanza unita alla storica sindrome da accerchiamento di cui soffre Israele faranno il resto. Mai come adesso fattori internazionali come geografia e minaccia si uniscono in un mix a tal punto esplosivo.

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