Wednesday, February 15, 2012

Humanity or realpolitik?

(posted on http://www.dotduepuntozero.org/ and on http://quartiereglobale-padova.blogautore.repubblica.it/, February 26th, 2011)

It is hard to have ignored the great deal of comparisons made between last weeks’ Arab turmoil and the 1989 events following the fall of the Berlin wall. Such attempts hold a hidden hope, which I would describe as human. It is the hope that, as were the citizens of the post-communist nations, those of the Muslim nations will also be able to share forms of democratic political participation. Furthermore, it is the hope that the riots in question will trigger an economic development, which may lead to an increase in wealth. In fact,  such events generally end up in a price increase for the most common goods, such as bread.

E’ difficile non aver notato il profluvio di paragoni fra le rivolte arabe di queste settimane e gli eventi che sono seguiti al crollo del Muro di Berlino nel 1989. Il tentativo nasconde una grossa speranza che è prima di tutto umana: la speranza che, come allora i cittadini dei Paesi post-comunisti, anche oggi quelli dei Paesi arabo-musulmani possano conoscere forme di partecipazione politica assimilabili a forme democratiche, unite ad uno sviluppo economico che porti una maggiore ricchezza in termini di risorse per tutti. Non dimentichiamo infatti che queste rivolte seguono ad un’impennata dei prezzi dei beni di consumo più comuni, come ad esempio il pane.

Tuttavia, secondo me occorre maggiore prudenza nell’attività di comparazione. Sono più numerose le differenze fra il caso rappresentato dai Paesi arabi oggi e il caso dei Paesi post-comunisti nel 1989. In primo luogo, come ha notato Vittorio Emanuele Parsi su La Stampa del 18 febbraio, all’epoca il mondo occidentale era interessato ad inglobare le realtà del blocco sovietico; ed in effetti, come dimostrano gli allargamenti di Nato e UE, quegli interessi hanno avuto seguito. Non si nota il medesimo interesse nei confronti dei Paesi arabi oggi.

In secondo luogo, bisogna considerare il tessuto sociale ed istituzionale dei Paesi arabi. Mentre nei Paesi post-comunisti si poteva trovare un minimo di società civile (caso da manuale la Polonia, col suo sindacato Solidarnosc e l’autonomia della Chiesa cattolica polacca – si veda l’ottima opera di Juan Linz e Alfred Stepan), riflesso di un qualche embrione di cultura liberale coltivato nel passato, nei Paesi arabi quello che manca è proprio questo ingrediente. E credo sia nettamente discriminante. In Libia, addirittura, prevalgono quei legami clanici e tribali che hanno spinto Khaled Fouad Allam ad ipotizzare il rischio di un “Afghanistan nel Mediterraneo” (il Sole 24 Ore, 23 febbraio) a causa della eccessiva frammentazione e mancanza di coesione nazionale. Sarebbe ingenuo e pericoloso pensare di poter esportare la democrazia (anche pacificamente) laddove una cultura democratica e liberale non esiste. L’esempio fornito dalla politica estera di Bush parla in maniera piuttosto eloquente.

In terzo luogo, c’è il rischio che il potere finisca nelle mani dei militari o dei fondamentalisti. In Egitto, la prima delle due ipotesi è già realtà: altro che transizione democratica, verrebbe da dire! Dunque, paragoni un po’ troppo affrettati. E, in ogni caso, l’ombra dei fondamentalisti rimane. Non mi riferisco tanto ad al-Qaeda o a quei gruppi che usano la violenza (i radicali) ma a chi propugna la cosiddetta islamizzazione dal basso. Il caso egiziano è emblematico. Lì i Fratelli Musulmani non hanno bisogno di bombe. La democrazia potrebbe benissimo aiutarli a prendere il potere. D’altra parte, dispongono di una rete di “welfare religioso” (scuole, ospedali, mense, servizi sociali) che hanno costruito nei decenni e grazie a cui hanno potuto avviare una lenta ma costante opera di proselitismo.

Onestamente, non saprei quale sia la migliore soluzione. Non è nemmeno il mio mestiere. Sul piano umano, è naturale sperare che le violenze cessino e che Gheddafi possa risponderne di fronte alla Corte di giustizia internazionale. D’altra parte, siccome credo che realpolitik e umanità stiano fra loro in un rapporto inversamente proporzionale, forse era meglio, almeno per noi italiani, la situazione precedente. Grazie alla personalità di Silvio Berlusconi, il nostro Paese ha tessuto legami con molti leader mondiali improntando la politica estera italiana a solidi rapporti bilaterali. Avevamo un ottimo rapporto sia con Mubarak che con Gheddafi. Anzi, da questo pinto di vista io parlerei di una coerente espressione della linea di politica estera italiana pur nell’avvicendamento di governi diversi. La Libia è un Paese dal quale dipendiamo enormemente in fatto di petrolio e gas. La realpolitik era una via obbligata. Certo, si può biasimare la firma del trattato italo-libico per aver in sostanza taciuto la questione del rispetto dei diritti umani e credo che l’Italia, avendo comunque un buon potere negoziale (siamo o no nella UE? Siamo o no nella Nato? Siamo o no alleati degli Stati Uniti?), avrebbe potuto pretendere qualcosa in più su quel versante da Gheddafi.

Rischiamo di andare incontro ad una situazione incontrollabile, sia per quanto riguarda il futuro politico ed istituzionale di quei Paesi (da cui, ripeto, dipendiamo parecchio in termini economici: saranno ancora nostri alleati?), sia per quello che riguarda i contraccolpi che possono seguire agli eventuali flussi migratori. Anche qui: umanità o realpolitik? Cioè, accoglienza totale o riaffermazione della sovranità statale (e quindi dei “confini”, l’unico strumento col quale si può discriminare fra cittadini e stranieri)? Si accolga chi si può accogliere. Ma non possiamo farci carico di tutti – soprattutto nel caso in cui, come afferma il Governo, dovessero arrivare fino a 200.000 persone e visto e considerato che la disoccupazione giovanile in Italia è al 29%. Le risposte concrete, ovviamente, sarà la politica a doverle dare.

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