Thursday, February 16, 2012

Ahmadinejad all'Onu. La politica estera iraniana tra retorica e pragmatismo

(posted on September 24th, 2011 at http://www.come2discuss.net/)

E’ nel bel mezzo dello scontro al vertice per il potere in Iran che Mahmoud Ahmadinejad prende parte alla spedizione iraniana per partecipare ai lavori della 66ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il discorso pronunciato giovedì 22 settembre[1], durato poco meno di mezz’ora, è stato condito dalla retorica che tipicamente contraddistingue i discorsi del Presidente iraniano. Un insieme ben congegnato di sentimento antiamericano e terzomondismo che ha portato molte delegazioni occidentali a lasciare anzitempo l’aula; per giunta, com’era da attendersi, Israele non ha nemmeno presenziato.

Ma, se ascoltato con pazienza e fino alla fine, il discorso di Ahmadinejad non si configura esattamente come un ideologico e scriteriato attacco all’America. Soprattutto, occorre tenere conto non solo dell’attuale scontro al vertice interno all’Iran – da cui Ahmadinejad tenta in tutti i modi di uscire vincitore, sfruttando anche i consessi internazionali – ma della ormai più che trentennale vicenda politica della Repubblica Islamica. Fin dal 1979, e soprattutto durante gli anni Ottanta, la politica estera iraniana è stata contrassegnata da una buona dose di panislamismo che, a fasi alterne, è stato affiancato da un necessario e corposo ricorso al pragmatismo – in maniera più che evidente durante la Presidenza Rafsanjani (1989-1997). L’uso politico della religione, ovvero il ricorso alla ideologia islamista, è stata una risorsa usata sapientemente dall’élite al potere per fronteggiare il grado di isolamento internazionale a cui è sottoposta dai tempi della Rivoluzione khomeinista.

Il Paese rappresenta un unicum dal punto di vista etnico e religioso in Medio Oriente: è etnicamente persiano in un ambiente a maggioranza araba ed è religiosamente sciita, circondato da Paesi a maggioranza sunnita. Questa situazione di vero e proprio eccezionalismo ha determinato nell’élite al potere l’affiorare di una costante percezione di minaccia dall’esterno, sia che fosse sottoforma di presenza militare ai confini sia, addirittura, attraverso tentativi di installare attività commerciali straniere sul territorio. Diversamente da ciò che il pensiero comune può indurre a ritenere[2], le summenzionate differenze etniche e religiose rivestono una importanza determinante nella definizione degli orientamenti di politica estera.

E’ vero che nel suo speech Ahmadinejad ha puntato il dito contro l’America e l’Occidente, addebitando alla superpotenza la responsabilità per la crisi economica mondiale e per il livello di povertà che affligge «approssimativamente tre miliardi di persone che vivono con meno di 2,5 dollari al giorno»; è vero che ha nuovamente proclamato l’illegittimità dello Stato di Israele, affermando che «l’Europa da sessant’anni sta usando l’Olocausto come pretesto per pagare un’ammenda o un riscatto ai Sionisti»; è vero che ha sollevato dubbi sulla validità degli attentati del giorno 11 settembre, sostenendo che anch’essi sono stati usati dall’America come scusa «per attaccare l’Afghanistan e l’Iraq». Ma a queste parole, apparentemente cariche di odio e di ideologia, si sono aggiunte le proposte di modifica dell’ordine internazionale in senso cooperativo, affermando la necessità della lotta all’oppressione e contro le ingiustizie: «libertà, giustizia, dignità, benessere e sicurezza duratura sono diritti di tutte le nazioni». Parole di lode sono state spese a favore dello stesso progetto di creazione delle Nazioni Unite, concepito per il bene di tutta l’umanità; notevole enfasi, infine, è stata posta sulla necessità di pervenire a soluzioni condivise e cooperative. Nella parte finale non sono mancati i richiami al ritorno dell’Imam nascosto, una issue ricorrente nei suoi statement.

Il discorso di Ahmadinejad è, quindi, uno straordinario capolavoro di retorica antioccidentale e terzomondista. L’accento posto sulle sofferenze dei più deboli è, d’altra parte, una costante presente anche nei discorsi di politica interna. La sua stessa agenda politica è fortemente intrisa di formule come “lotta alla corruzione”, di appelli al “riscatto dei poveri”, alla “giustizia sociale” ed all’”eguaglianza”, in un mix di riferimenti alla prossimità della fine dell’era dell’Occultazione e all’avvento dell’era della giustizia e della salvezza. Un insieme di elementi che ricorda molto da vicino le categorie dell’”Islam rosso”[3] di Ali Shariati che, parlando della coppia dicotomica “mostazafin-mostakhbarin” fondeva, adattandoli al nuovo contesto, aspetti della filosofia marxista e islamici.

Ma, come detto, la retorica a cui Ahmadinejad ci ha abituati andrebbe interpretata più come il riflesso condizionato di un Paese che da più di trent’anni soffre le conseguenze dell’isolamento internazionale. Se leggiamo le interviste che il Presidente iraniano ha rilasciato sempre nei giorni scorsi a due quotidiani come Tehran Times[4] e Washington Post[5] ci rendiamo conto del pragmatismo di fondo con cui in realtà si muove Ahmadinejad – pragmatismo che ogni leader politico, soprattutto di quel paese, è obbligato ad adottare in politica estera.

Il nodo principale delle tensioni nei rapporti fra Iran e Stati Uniti riguarda la questione nucleare ed è strettamente legata alla situazione della sicurezza esterna del paese persiano. Dopo l’11 settembre 2001 l’America si è scoperta vulnerabile ma l’Iran ha lanciato continui segnali di distensione offrendo la propria disponibilità ad aiutare gli Stati Uniti nello sforzo di ricostruzione dell’Afghanistan – come conseguenza anche dell’atteggiamento di apertura verso l’Occidente inaugurato dalla Presidenza Khatami. Tuttavia, i tentativi di engagement con l’Amministrazione Bush, sempre più influenzata dal gruppo di neoconservatori, sono falliti. Scomparso il comunismo, la necessità di identificare un nemico ha portato l’America ad far ricadere sotto il medesimo ombrello tutta la variegata gamma di attori che pure si ispirano al fondamentalismo islamico. Vale la pena di sottolineare che il mancato rapprochement sulla situazione afghana ha rappresentato un precedente significativo che ha acuito ancor più lo scetticismo verso l’America che pervade l’élite al potere in Iran[6].

La chiusura dell’esperienza di Khatami apriva le porte all’ascesa dei neoconservatori in Iran sotto la guida di Ahmadinejad, che però, malgrado i proclami veementi contro “il Piccolo ed il Grande Satana”, ha saputo muoversi con realismo, approfondendo sì i rapporti con i movimenti islamisti, anche sunniti, della regione, ma prestando attenzione ai rapporti economici, che pure contano, con chiunque fosse disposto a trattare – Unione Europea, Turchia, Russia. Proprio con quest’ultima ci sono i rapporti forse più solidi, saldati dalla recente e definitiva attivazione dell’impianto nucleare di Bushehr[7], verso cui già dagli Anni Novanta si sono concentrate l’attenzione ed il know-how offerti dai russi.

Per Ahmadinejad, quindi, non ci sono problemi con gli Stati Uniti: «noi amiamo gli americani, noi amiamo tutte le nazioni». Parole che certo cozzano con la retorica ufficiale di regime, ma che trovano conferma nelle esternazioni del suo delfino Esfandiar Rahim Mashaei[8], inviso ai conservatori religiosi e alla Guida stessa. Ahmadinejad dichiara che l’Iran «è pronto a dialogare» lasciando intendere che è disposto ad intavolare un negoziato sulla questione nucleare, come peraltro ha già fatto bilateralmente coi russi, col varo, un paio di mesi fa, del cosiddetto approccio step-by-step[9]. Si badi bene, non è mera retorica: l’Iran ha estremamente bisogno di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico visto che dipende totalmente da un’unica risorsa scarsa, il petrolio. Ahmadinejad avanza anche l’ipotesi di cooperare in altre aree, compresa la stabilizzazione dell’Afghanistan, suo immediato vicino. Anche questa, si badi bene, non è retorica: l’Iran ha da sempre timore delle pressioni esterne e fra i suoi principi costitutivi vi sono l’indipendenza e la libertà. La caduta dei regimi ostili talebano e baathista erano stati salutati positivamente ma il protrarsi della permanenza delle truppe occidentali e americane sul suolo iracheno (fino all’anno scorso) e afghano (tuttora in corso) non facilita certo le aspirazioni ad avere la garanzia di un ambiente esterno sicuro e moltiplica le paure e la sensazione di minaccia. Per questa ragione Ahmadinejad invoca il ritiro delle truppe.

Non è un caso, poi, che l’eco della notizia del possibile (e poi effettivo) rilascio dei due cittadini americani, detenuti in Iran per più di due anni con l’accusa di spionaggio, sia coincisa con la missione iraniana all’Assemblea Generale. Il Presidente insieme con il suo Ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi ne hanno pubblicamente auspicato la liberazione, generando l’ira dei vertici del potere giudiziario che hanno, in effetti, la legittima competenza in questa materia. Ecco come la complicata partita di potere interna all’Iran si lega al tentativo operato da Ahmadinejad di puntare i riflettori su di sé, apparendo insolitamente morbido alla vigilia di un importante appuntamento internazionale.

In sostanza, valutare come puramente ideologico il discorso pronunciato da Ahmadinejad  all’ONU è un’operazione che non tiene conto dei complessi fattori alla base dei rapporti fra Iran e Stati Uniti. La retorica, che pure è una costante nei suoi discorsi, va distinta dalle mosse con cui l’Iran cerca di sopravvivere in un ambiente regionale da sempre assai ostile. L’America dovrà presto rendersi conto, tuttavia, che l’Iran ha bisogno dell’energia nucleare per scopi civili. Dovrà sempre di più accettare il ruolo della Russia, riconoscendo al contempo le ambizioni persiane. Un negoziato basato sullo scambio fra il riconoscimento di questo diritto da parte americana e la rinuncia ad una tecnologia dual-use da parte iraniana potrebbe essere un buon punto di partenza. L’attivismo dell’Iran in Medio Oriente ed in Asia minore, la necessità di trovare un viatico per le questioni energetiche ed il potere declinante dell’America potrebbero essere gli ingredienti necessari (anche se non sufficienti) per vedere realizzato quel riavvicinamento di cui l’Iran ha bisogno. Occorrerà però attendere con prudenza e disillusione le mosse di un Obama che soffre in politica interna, incalzato dai repubblicani e dalle vicine elezioni presidenziali oltre che dai sempre delicati rapporti che le amministrazioni statunitensi intrattengono con i gruppi di pressione filoisraeliani – ne dà ennesima prova la posizione americana in merito alla richiesta presentata direttamente da Abu Mazen all’Assemblea generale di veder riconosciuta la Palestina come Stato membro dell’ONU.



[1] La trascrizione del discorso di Mahmoud Ahmadinejad è reperibile al seguente sito web: http://publicintelligence.net/mahmoud-ahmadinejad-speech-to-un-general-assembly-transcript-september-22-2011/. Il video, fornito da PBS è reperibile su youtube al seguente sito web: http://www.youtube.com/watch?v=jBSF2Snj5uM
[2] Una fra le teorie che maggiormente ha esercitato una influenza sugli orientamenti di politica estera degli Stati Uniti, riecheggiando sotto forma di numerose volgarizzazioni nel dibattito pubblico, è quella proposta da Samuel Huntington ne Lo scontro delle civiltà. Il politologo di Harvard assumeva che la religione fosse l’elemento prioritario di una civiltà e su questa base prospettava un futuro di conflittualità fra le maggiori civiltà mondiali, Islam ed Occidente in primis. La teoria ha senza dubbio un enorme potere esplicativo, poiché isola una sola variabile che, peraltro (ed è questo il pregio), è stata abbondantemente trascurata nella riflessione teorica internazionale. Ma malgrado il notevole fascino che essa suscita, omette di considerare le profonde differenze che lacerano le comunità all’interno delle stesse civiltà prese singolarmente; e, per ciò che riguarda l’Islam, il profondo conflitto fra sciiti e sunniti. Personalmente, aderendo ad una prospettiva realista di analisi della politica internazionale, ritengo che gli Stati, e solo loro, continueranno ad esercitare il potere preponderante poiché in essi, e solo in essi, ricade il momento della decisione politica.
[3] Renzo Guolo, Il partito di Dio, Guerini e Associati, 2004.
[6] Su questo punto, si vedano Trita Parsi, Treacherous alliance, Yale University Press 2007, pag. 235 e Kayan Barzegar, Iran’s foreign policy after Saddam, The Washington Quarterly, gennaio 2010, pag. 177.

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